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Autore: carlomassarutto

Come Affrontare un Colloquio di Lavoro

Come Affrontare un Colloquio di Lavoro

Ultimamente in tanti mi chiedono come affrontare un colloquio di lavoro.

Vorrei dare qualche indicazione di massima, che aiuti ad entrare nel giusto mood per il colloquio, uscendo da tutte quelle logiche cariche di ansie da prestazione.

Il colloquio non è un esame universitario! 

Il colloquio è sicuramente un momento formale e carico di significati ed etichetta, ma non possiamo pensare che sia come un esame universitario. Possiamo vederlo come un rito di passaggio, piuttosto, quindi che abbia delle tradizioni da rispettare, che traghetta la persona in un cambiamento della propria vita: dal mondo della scuola a quello del lavoro, da essere a carico di qualcuno ad essere un membro attivo e “tasse-pagante” di questa società, ma non è una verifica delle cose che sapete.

Non arrivate, quindi, al colloquio con una lezione imparata: “tra 5 anni vorrei essere in una posizione apicale di una grossa società“, “i miei 3 pregi sono sicuramente la puntualità, la sincerità e la voglia di fare, mentre i miei 3 difetti sono la puntualità, la sincerità e la voglia di fare“, che appena qualcosa esce dal vostro schema mentale mi andate in crisi, anche con la domanda più semplice: “dove andrai in vacanza quest’estate?”.

Ma se proprio lo volete vivere come un esame universitario, almeno siate più furbi, costruitevi un discorso migliore non la lezioncina e sappiate concentrarvi sui vostri punti di forza. 

 

La vision

Capita spesso che si inviano candidature, rispondendo ad annunci o alla famosa sezione “lavora con noi”, ma una volta davanti al selezionatore alla domanda “Conosci la nostra realtà?” ci sono delle risposte che sembrano più delle candid camera.

Quindi per evitare di fare brutte figure è bene fare una piccola ricerca sull’organizzazione per cui ci si sta candidando, capire quali sono i valori di quell’azienda, capire come sono le politiche interne di gestione del personale, quali sono i temi sociali che quell’azienda sostiene, insomma, come direbbe Sun Tzu ne “l’arte della guerra”, CONOSCI IL TUO NEMICO: cerca di conoscere tutto di quella realtà, magari cerca qualcuno che conosci e che lavora o ha lavorato in quel posto, cerca di capire quali sono i pro e i contro, non solo sotto l’aspetto economico o logistico.

Una cosa che tutte le aziende mettono in bella vista è la loro mission e subito sotto la loro visione.

Ad esempio, prendiamo il caso di Apple

La sua mission: “Apple si impegna a fornire la migliore esperienza informatica a studenti, educatori, progettisti, scienziati, ingegneri, imprenditori e consumatori in più di 140 Paesi in tutto il mondo”.

La sua vision: “Il mio sogno è che ci sia un computer in ogni casa”.

Ora immaginiamo di voler andare a lavorare per Apple, se io pensassi che fare in modo che ogni individuo possa avere un device fosse una cosa futile, inutile e solo incline al consumismo più becero, allora avrei vita dura a lavorare in Apple, perché dovrei vendere “abbestia” a chiunque un carino e carissimo device apple.

Questo cosa significa? Che se vuoi la pace nel mondo non andare a lavorare per una fabbrica d’armi. In sostanza: se la tua mission e la tua vision sono diametralmente opposte a quella dell’azienda per cui vi state candidando durereste molto poco, sareste costantemente vittime di un conflitto interno vostro.

In sintesi: INFORMATEVI SU VISION E MISSION, FATE IN MODO CHE SIANO IL PIù POSSIBILE IN LINEA CON LE VOSTRE.

Curriculum e lettera di motivazione

L’errore che facciamo tutti, me compreso, è quello di aggiornare il curriculum con le ultime esperienze, punto.

La verità è  che una volta che abbiamo compilato il nostro cv, curriculum vitae, poi lo spargiamo in giro per il mondo come tanti piccoli semini nella speranza che sbocci qualcosa. Questa strategia non paga. Quello che stiamo facendo, in realtà, è affidarci alla legge dei grandi numeri (quando studiavo ingegneria era la mia legge preferita, n.d.a.), cioè buttiamo nel mucchio a casaccio (variabili indipendenti) qualcosa becco (media campionaria). NON FUNZIONA! Non funziona perché devi avere l’incastro perfetto con l’azienda che sta cercando proprio una risorsa con le tue caratteristiche, almeno quelle che hai scritto nel curriculum.

Allora cosa sarebbe bene usare come strategia? CREARE UN CV AD HOC.

Creare un curriculum con un taglio sartoriale sull’azienda a cui vogliamo mandarlo ci complica un po’ la vita, come recita un vecchio stratagemma: PARTIRE DOPO PER ARRIVARE PRIMA.

L’idea di base è di creare un cv, non inventarlo, mettendo maggiormente in risalto le caratteristiche che possono essere utili per quella mansione: se vi state candidando per la posizione di barista, inserendo nel cv tutte le vostre cose fighe, come pubblicazioni scientifiche o giuridiche, forse non vi state facendo un grosso favore, ma conta molto di più l’esperienza stagionale, per qualche stagione, al ciringuito sulla spiaggia che vostro cugino aveva preso in gestione.

Lettera Motivazionale

Lo stesso discorso del cv vale per la lettera di presentazione, o motivazionale, deve essere indicata a quella azienda, meglio ancora se conoscete il nome della persona che seleziona. Voi leggereste una lettera indirizzata al vostro vicino? e le lettere commerciali che vi arrivano le leggete o le infilate nel cestino senza neanche aprirle?

Immaginate di essere dall’altra parte: QUALI LETTERE LEGGERESTE? 

Ma soprattutto la lettera SCRIVETELA!

Riassumendo:

  1. il colloquio di lavoro non è un esame. voi siete quello che siete, fatevi conoscere per i vostri punti di forza
  2. Cercate aziende che abbiamo la vostra visone
  3. Curriculum vitae (che è latino, quindi leggiamolo come è scritto, se volete inglesizzarlo chiamatelo RESUME) che sia ad hoc per quella azienda
  4. Lettera di presentazione: scriverla e indirizzarla alle persone dell’azienda, non una precompilata.

 

Sono disponibile a vedere e commentare i vostri cv. Per info scrivimi: carlo.massarutto@gmail.com

 

Ciao!

p.s. se l’articolo ti è piaciuto lascia un commento, seguimi sui miei social e iscirviti gratuitamente al gruppo facebook di Leadership Agonistica.

La Tecnica del Pomodoro per studiare meglio!

La Tecnica del Pomodoro per studiare meglio!

La tecnica del pomodoro consiste nel predisporre un timer, impostarlo che suoni dopo 25 minuti e dedicarsi allo studio in quel tempo, dopodiché, una volta che suona, fare 5 minuti di pausa, sempre temporizzati da un timer.

Un pomodoro equivale a questa ripetizione di 25 minuti di studio uniti ai 5 di pausa. Ogni 3 pomodori bisogna concedersi una pausa più lunga, 15 minuti.

Perché questa tecnica funziona davvero?

Questa tecnica ha dalla sua il fatto di essere molto unita a quelli che sono i nostri normali ritmi fisiologici: ogni persona ha due grossi cicli biologici che segue, il primo è detto circadiano, perché avviene circa una volta al giorno, l’altro è chiamato Ultradiano, cioè avviene più volte durante la nostra giornata.

Il ciclo circadiano è quello che rappresenta il sonno e la veglia, l’alternarsi di questi due momenti.

Il ciclo ultradiano invece avviene con una frequenza di circa 2 ore: ogni ciclo impiega un paio d’ore per completarsi.

Risultati immagini per ultradiano

Il ritmo ultradiano prevede: una fase di attività di circa 90 minuti, dove il picco di massima performance avviene a 45 minuti (circa) dall’inizio dell’attività, per poi iniziare fisiologicamente a calare verso una valle, detta la valle del riposo. Anche inconsciamente noi viaggiamo sotto questo aspetto, anche mentre dormiamo abbiamo fasi di sonno più profondo, che durano circa 20 minuti, e fasi di sonno più leggero, della durata di 90 minuti circa.

Per migliorare la nostra performance è bene tenere in testa questo ciclo, anche se la nostra attività è quella di studiare. Il non rispettare queste indicazioni ci porta nella condizione di vivere dei momenti di stress, detto stress ultradiano, con caratteristiche simili al burn-out, all’over training o a quello che io definisco, in ambito di studio, l’over studying: quando studi ore e ore, ma alla fine non ti rimane nulla.

Per studiare meglio, allora una tecnica semplice, ma efficace, come quella del pomodoro ci aiuta a raggiungere prima il nostro obiettivo di studio, a pianificare e a essere più in linea con noi stessi.

Non è detto che tante ore di studio aiutano a rendere meglio, molte volte studiare meno aiuta a studiare meglio.

Se vuoi provare a migliorare il tuo studio, prova la tecnica del pomodoro.

Se hai bisogno di aiuto, scrivimi: carlo.massarutto@gmail.com anche su whatsapp 3477624250

Buono Studio

Carlo

Il problema del controllo e la Leadership

Il problema del controllo e la Leadership

Quando parliamo di organizzazioni, aziendali o associative che siano, il primo pensiero collegato è quello della sua struttura, gerarchica principalmente. Il secondo pensiero, quello più fugace, è indirizzato al clima e alla cultura organizzativa.

Molte volte, però, esistono delle “sotto-culture” organizzative, un sotto bosco di non detti, un clima lontano dall’idillio paventato, reso invivibile e tossico.

Ed ecco che succede che la prima vera responsabile di questo clima è la Leadership, ovviamente una leadership tossica (cfr. Andrea Castiello d’Antonio https://www.castiellodantonio.it/psicologia-del-lavoro/leadership-e-management), una leadership incapace di raccogliere i bisogni di tutti i membri dell’organizzazione, ma in grado solo di esercitare un certo tipo di controllo. Sì, perché il problema del controllo è il vero nemico della leadership: un leader incapace di delegare, di affidarsi ai suoi collaboratori, professionisti di certi campi, assunti per posizioni chiave, porta il leader stesso ad esercitare un controllo eccessivo, maniacale, se non nevrotico, al punto da non permettere più che le decisioni possano essere prese in autonomia da chi potrebbe, ma di porre il veto in ogni situazione, bloccando così ogni processo.

Le conseguenze di uno stile di leadership così sbagliato sono catastrofiche: diminuzione della credenza di autoefficacia di tutto il team (cfr. Autoefficacia, A. Bandura), conseguente calo di autostima, senso di frustrazione, sentirsi inutili e desiderio di trovare un nuovo posto di lavoro.

Ovviamente queste sono le conseguenze dirette sul benessere dei dipendenti, a queste vanno aggiunte le conseguenze indirette sull’organizzazione: incapacità di raggiungere gli obiettivi aziendali prefissati, reiterazione di tentativi fallimentari che complicano la situazione, mobbing, faide interne, cali prestazionali e rischio di fallimento.

Uno dei tentativi si risolvere questo problema, molte volte, è quello di sostituire il leader, prendendo qualcuno che fino a quel momento era un collaboratore, in scala gerarchica, ma questo il più delle volte si rivela essere un tentativo fallimentare, che complica il problema, invece che risolverlo, perché alla base esiste quella cultura organizzativa, tossica e malata, che porterà a reiterare lo stesso comportamento, tossico e malato.

Non male come scenario, vero?! beh se fossimo un uno di quei film catastrofici, con conseguenti spargimenti di sangue, direi che sarebbero gli ingredienti migliori. Purtroppo però stiamo parlando di cose che accadono tutti i giorni, in modo silenzioso e subdolo, in molte realtà organizzative.

Quindi come risolvere questo problema?

Partire dal ricostruire una cultura organizzativa diversa, passando poi a considerare ogni membro dell’organizzazione un professionista, fidandosi del Know-how che porta, affidando elementi decisionali.

Inoltre questa mania di controllo dei leader denota una profondo senso di insicurezza, di paura di sbagliare, ma, soprattutto una mentalità statica (cfr. Carol Dweck, Mindset), resistente al cambiamento e quindi, per definizione, contraria ad ogni mission aziendale.

Se sei un leader è bene inizi a capire quali stili di leadership vorresti adottare, quale stile è più indicato nella situazione in cui trovi, momento per momento, danzando tra diversi stili e adottando diversi metodi e strategia.

Se vuoi vedere quale è il tuo stile di leadership compila questo questionario (6 min massimo): Autovalutazione stile di Leadeship

Sbagliando si Impara, ma Attenzione!

Sbagliando si Impara, ma Attenzione!

Tre spunti per riuscire ad imparare dai propri sbagli e due grandi distinzioni

Per riuscire bene in una qualsiasi cosa si voglia riuscire bisogna progettarla bene, preparare la strada, definire gli obiettivi, i sotto-obiettivi, i micro-obiettivi, il percorso logico che ci deve portare fino al successo.

Bisogna definire anche le fasi del nostro percorso secondo due grandi accezioni: Innovazione ed Esecuzione.

Nella fase di innovazione ci troviamo quando ci stiamo approcciando per la prima volta ad un nuovo obiettivo, ad una novità, sia perché effettivamente nuova, sia perché abbiamo interrotto da qualche tempo.

Come quando si prepara una gara, sia che si sia atleti esperti di quella disciplina, sia che si sia alla prima esperienza, per poterla sostenere è necessario allenarsi. L’allenamento non è solo una questione di preparazione fisica, ma è anche questione mentale, soprattutto mentale. In questa fase è molto utile sbagliare, proprio in questa fase sbagliando si impara, ma nella fase successiva, quella dell’esecuzione, non è più possibile fare errori, quello è fallimento.

L’errore può essere quindi una fase del successo o del fallimento? Sì.

L’errore può diventare un enorme potenziale che porta al successo, come abbiamo visto, solo se ci mettessimo nella condizione di innovarci, quindi come riconosciamo questa condizione.

Ecco 3 spunti che spero possano essere utili per avere successo sbagliando:

  • Il mio Obiettivo al Primo Posto

Se l’obiettivo è passare un esame, vincere una gara, migliorare la propria prestazione, aumentare il fatturato, ecc, bisogna sempre tenerlo a mente, dandosi una DEADLINE ben chiara. Con il calendario in mano bisogna pianificare la scadenza, la data della prestazione, ma bisogna anche pianificare le date delle prove: una serie di test per verificare se la preparazione è corretta, in vista dell’obiettivo da raggiungere, oppure se bisogna ancora lavorarci su. Provare a sostenere una simulazione di gara, prima della gara, significa dirci: Possiamo sbagliare, lo stiamo facendo proprio per questo!

  • La Prestazione, Buoni e Cattivi

Verificare e analizzare la prestazione in termini di buona riuscita o no è utile fino ad un certo punto, ma non serve a migliorare, per questo serve essere molto più specifici, più tecnici, più onesti. Ogni passaggio va analizzato al microscopio, in modo da far uscire ogni pecca, giudicare l’errore, non sé stessi!

Se avessi commesso un errore nella simulazione sarebbe un obiettivo raggiunto, quello che volevo ottenere, non serve giudicarsi come falliti, non aiuta a migliorare, ma giudicare che tipo di errore è stato è utile, analizzarlo per vedere cosa mi ha portato a quell’errore farà in modo che non succeda più nella fase di gara, riconoscere i Buoni dai Cattivi, li aiuta a trasformarli in buoni!

  • Innovazione o Esecuzione

Come si fa a riconoscere in quale fasi siamo? Lo decidiamo noi, ma serve onestà, non possiamo usare sempre la scusa del “sto imparando” ogni volta che falliamo, altrimenti non impariamo nulla! Errare è umano, perseverare è diabolico! 

Riconoscere di essere in fase di innovazione è necessario per avere successo, ma se fossimo stati troppo generosi con l’idea della nostra preparazione, se ci fossimo definiti pronti troppo presto, in quale fase saremmo? Per riuscire a riconoscere in quale fase siamo dobbiamo ripartire dall’errore: è la prima volta che lo compio? Non era mai avvenuta una situazione così? Non potevo preventivarlo! Questi sono i sintomi dell’innovazione, quindi tutto bene! Siamo ancora in fase di preparazione.

Ma se, invece, si reiterasse lo stesso errore, continuamente, allora si dovrebbe rifare tutto il lavoro, questo sarebbe un fallimento, da cui posso trarre l’insegnamento di lavorare meglio sugli errori in preparazione.

Leadership, una sfida tra i ghiacci

Leadership, una sfida tra i ghiacci

Quanto può essere efficace una leadership?

Non stiamo parlando di vita o morte, Dai! o forse è proprio così?

Più di 100 anni fa, una spedizione verso l’antartico, guidata da un tale di nome Ernest Sheckleton, Ernie per gli amici, ha dovuto affrontare una di quelle sfide che nessun avventuriero di quei tempi avrebbe voluto affrontare, ma che gli avventurieri di questi tempi probabilmente sarebbero ben felici di affrontare. Ma è questa è altra storia.

Comunque, Ernie e il suo equipaggio si ritrovano incastrati nel ghiaccio, tutta la nave intera, allora decidono di cercare la salvezza. Lui, e i suoi compari, più di 200, si incamminarono tra ghiaccio e acqua gelata, finché raggiunsero l’isola di Elephant. Qui, più al sicuro di prima, Erni lasciò l’equipaggio e, con un piccolo drappello di 22 uomini, partì alla ricerca dei soccorsi, verso la Georgia del Sud. Tornò poi a recuperare gli altri con i soccorsi, acclamato tra urla di giubilo e colpi di bengala (che serve anche a tenere lontano gli orsi polari -bisogna sparare in terra, non all’orso-).

Ne parlo in questo video

Questa storia è importante perché ci racconta un nuovo modo di vedere la leadership, non come elenco di caratteristiche del leader, ma come capacità di sapere usare le sue intelligenze multiple. [cfr. Gardner e la sua teoria sulle intelligenze multiple, http://www.stateofmind.it/2016/03/intelligenze-multiple-psicologia/]

Infatti ha saputo leggere il contesto e la situazione, sapendo adattarsi e riuscendo a far in modo che anche l’intero equipaggio si adattasse, infatti il suo obiettivo era stato mancato!

Sapendo utilizzare al meglio le sue doti empatiche, è riuscito a fare in modo che i suoi seguaci non si lasciassero scoraggiare, generando in loro un self-talk positivo, capendo gli stati d’animo.

Ha saputo sfruttare  le differenze socio-culturali dei membri e ha fatto in modo che collaborassero, ricreando un sistema decisionale equo.

In situazioni così a rischio, è normale che si generino dei conflitti interni, lui ha saputo prevederli, individuando le “micce” e estinguendo le situazioni pericolose per tempo.

Ha saputo capire chi fossero i potenziali sobillatori e, prima che questi diventassero degli anti-leader, li ha presi con sé, alla ricerca degli aiuti. Perché questi 22 sobillatori erano sicuramente più adatti a compiere una missione più coraggiosa, avrebbero saputo prendere decisioni repentine e in situazioni di emergenza.

Durante questo tragitto ha utilizzato una leadership ispirazionale per mantenere la visione della squadra sugli obiettivi, creando concentrazione e sincronia, alta motivazione e lavoro in team.

Tre Idee Smart per Trasformare i Propositi in Successi

Tre Idee Smart per Trasformare i Propositi in Successi

Oggi vorrei condividere con voi 3 idee che mi hanno molto incuriosito, per trasformare i buoni propositi di fine anno in storie di successo

 1. I propositi sono nulli senza un controllo

Ogni capodanno crediamo che sia magico e che tutto quello che ci ha reso impossibile attuare i buoni propositi dell’anno appena concluso sia sparito per magia, puf!

ma non è così! Perché dal primo gennaio riconfermiamo il pilota automatico alla guida del nostro cervello, agendo secondo le nostre abitudini, soprattutto quelle negative. Dobbiamo riappropriarci del controllo della nostra mente, facendo quello che abbiamo sempre fatto: la lista dei buoni propositi!
Dedicare qualche minuto allo scrivere questa lista il primo passo per riuscire ad attuare I propositi che ci si è prefissati, una volta scritta bisogna selezionare I tre propositi che hanno la massima priorità, riportando tutti gli altri al 31 dicembre che deve ancora arrivare. In questo modo riprendiamo in mano il controllo dei nostri propositi, lavoriamo solo su quelli rimasti E non rischiamo più di non portare a compimento nessuno.

2. Pochi obiettivi, Ma potenti. La tecnica dello scalatore

Ridurre il numero dei propositi mi trasforma automaticamente in obiettivi, quindi cose su cui si può lavorare. Quello che avremo in questo momento È una piccola lista di tre obiettivi, Che per noi sono prioritari E sui quali possiamo operare. È necessario trasformare questi obiettivi in potenze, quelle cose che ci aiutano a mantenere alta la nostra motivazione, È quindi necessario suddividere ogni Grande obiettivo in tanti piccoli passi logici per raggiungere la meta finale.
Ci può venire in aiuto utilizzare la tecnica dello scalatore, cioè la tecnica con cui gli alpinisti tracciano le vie d’arrampicata, si tratta quindi di partire dalla nostra meta per poi procedere a ritroso verso la situazione in cui siamo identificando ogni singolo passo che dobbiamo fare.
Per esempio, se il mio obiettivo fosse quello di correre una maratona, partendo dal fatto che corro solo per non perdere il treno, dovrei pensare quando dovrò disputare la maratona, quindi dovrò correre 42 km, progettando l’obiettivo logicamente precedente che potrebbe essere il riuscire a correre quei 42 km già nel mese precedente, il passo logicamente precedente sarebbe quello di riuscire nei due mesi prima della gara a correre tre quarti della distanza totale, per poi pensare al passaggio logico precedente di correre la metà della distanza di gara entro i tre mesi dalla data X, procedendo di questo passo fino ad oggi definendo ogni istante ed ogni sotto obiettivo che mi porteranno poi a raggiungere il mio obiettivo finale.

3 . 20 minuti al giorno, VERI!

2 anni fa ho deciso che mi sarei iscritto ad un nuovo corso di laurea in psicologia, ho deciso di prendere in mano di nuovo la mia formazione, nonostante il lavoro nonostante la famiglia, Nonostante gli impegni E nonostante il poco tempo, sapevo che questa decisione avrebbe comportato dei sacrifici, Ma che mi avrebbe consentito di inseguire un sogno che pensavo fosse ormai perso. Mi sono trovato a studiare quanto tempo della mia giornata fosse veramente impegnato E quanto margine avessi per poter preparare gli esami, a parte il fatto che mi sono reso conto che buttavo un sacco del mio tempo, ho scoperto che se avessi avuto la costanza quotidiana di dedicare 20 minuti al giorno, nei giorni più impegnati, alla preparazione degli esami sarei arrivato davanti i professori con una buona preparazione. Quando poi ho iniziato a ridurre sempre meno il tempo perso, dedicandolo anche al riposo, ho scoperto che potevo dedicare anche più di 20 minuti al giorno. Nel libro il monaco che vendette la sua Ferrari, di Robin Sharma, l’autore parla della tecnica 20 20 20, che consiste Nello svegliarsi un’ora prima mattina E dedicare 20 minuti alla lettura, 20 minuti alla meditazione E 20 minuti alla gratitudine, questa tecnica l’ho scoperta solo dopo aver iniziato a dedicare almeno 20 minuti della mia giornata alla mia formazione.

Ricapitoliamo tre idee che che ho trovato interessanti E che ho cercato di mettere in pratica per raggiungere gli obiettivi, Qualsiasi essi siano, sono:

  • I propositi sono nulla senza un controllo
  • Pochi obiettivi, Ma potenti. La tecnica dello scalatore
  • 20 minuti al giorno VERI!

Spero che queste idee possano esserti utile, se ti sono piaciute condividile, se vuoi aggiungere qualcosa ti prego di commentare, se vuoi che rimaniamo in contatto segui la mia pagina facebook Leadership Agonistica – Carlo Massarutto

Grazie, ciao

Buona Settimana

Colloquio di Lavoro. Mettersi a Nudo è Davvero la Strategia Ottimale?

Colloquio di Lavoro. Mettersi a Nudo è Davvero la Strategia Ottimale?

Nell’ultimo anno mi è capitato di fare un paio di colloqui di lavoro. Prima di raccontare queste esperienze vorrei sottolineare il fatto che sono arrivato a questi colloqui contattato dalle due organizzazioni perché avevano interesse nei miei confronti, in pratica, io non ho mandato loro il mio cv, ma loro hanno chiamato me. Davanti a situazioni del genere, normalmente, vado a sempre a sentire di cosa si tratta, non dico di no a priori: se sono stato contattato è perché dall’altra parte mi hanno visto in un certo modo, quindi è sempre un bel feedback capire come, mi da la possibilità di sapere se sto investendo le mie energie professionali nel modo giusto.

Davanti ad un colloquio di lavoro mi pongo sempre un grosso dubbio, che credo sia il dubbio che si pongono tutti: devo essere sincero, mettendo a nudo i miei sogni, fatiche, gioie, soddisfazioni, ecc, oppure devo mettere il “trucco” migliore per ammiccare il recruiter?

Personalmente ho sempre fatto un esercizio: pensare di trovarmi dalla parte dell’intervistatore (mi è capitato davvero, quindi viene facile) e cercare di capire quali aspetti sono importanti. Mi sono sempre risposto che le cose che danno valore ad una persona sono le sue soft-skills, quindi non tanto le sue esperienze passate e presenti, ma il modo in cui il candidato ha affrontato le più disparate situazioni della sua vita, le cose che fa al di fuori della sfera professionale, gli hobby e gli interessi. Quindi, per rispondere al mio dubbio, io arrivo e mi metto a nudo. Sempre.

Lo faccio per due motivi:

  • la vita è già complicata di suo, complicarla anche con fandonie curriculari da ricordare è autolesionistico;
  • perché io sono fiero di chi sono, ma so che non posso piacere a tutti.

Arrivo così al primo colloquio, per entrambe le posizioni: orario improbabile, luogo distante e tutta una serie di piccole rotture per me, solo per andare incontro al tizio che mi ha chiamato (chissà poi perché luogo e orario dei colloqui non li fanno mai scegliere ai candidati, un luogo a loro famigliare, un orario a loro comodo, sarebbe molto più efficace anche per chi intervista).

Arrivo con i miei canonici 10 minuti di anticipo, mi piace vedere come reagiscono agli anticipi, se mi fanno fare attesa, se mi ricevono subito, se mi fanno attendere oltre l’orario stabilito: sono tutte informazioni molto utili per capire se la tua figura è per loro di estrema importanza, se lo fanno solo per aumentare il loro database, e piccole cose metaverbali.

Sì, faccio questo. Il colloquio, NONOSTANTE venga spesso dimenticato, è un processo di selezione condotto da entrambe le parti: ultimamente la scarsità di lavoro ha fatto in modo che le aziende trattino i candidati come carne da macello, dimenticandosi che in realtà anche il candidato deve selezionare l’azienda, capire se il rapporto può funzionare, dare frutti e permettere una crescita reciproca (qualsiasi sia la mansione).

Un’altra cosa che faccio sempre è continuare i colloqui fino alla fine, ricordando sempre che nessuno ha il coltello dalla parte del manico, anche perché, altrimenti, ognuno avrebbe il suo coltello in mano e sembrerebbe più una rissa da strada che un colloquio di lavoro. Il potere nei colloqui non esiste!

Entrambe le interviste che ho sostenuto non si sono risolte con un accordo, ma da parte loro è stato comunicato: “non hanno avuto esito positivo”, come dire: “Bocciato!”. Io non ho mai apprezzato questo modo di fare, l’ho sempre visto troppo unilaterale, mono-direzionale, verticale, dall’alto al basso, a sottolineare che tu non sei alla loro altezza. Mentre la verità è che ancora io non avevo espresso il mio di giudizio.

In una delle due organizzazioni mi è stato comunicato l’esito con due righe via mail, grasso che cola, perché molti spariscono come le luci della macchina davanti nella nebbia della bassa padana, dove mi si diceva che non avevano scelto me. Il primo impatto è sempre un colpo al proprio narcisismo, al proprio ego, ma poi passa. Io a quel lavoro avrei detto di no, ma ancora non lo sapevo, mi mancavano alcuni aspetti per poter fare le MIE valutazioni: compenso economico, orario di lavoro, luogo di lavoro e colleghi. Sono tutti elementi che come candidati bisogna valutare.

Nell’altra organizzazione, al terzo colloquio, la mia domanda di capire l’inquadramento e la possibilità di crescita di livello nel futuro (equiparandola al titolo) non è stata apprezzata, ma è una delle domande più legittime che bisogna fare! Io voglio sapere tutto quello che mi garantisce di fare valutazioni e progettare il mio futuro. Mi è anche stato criticato il fatto che vedevano un’ipotetica collaborazione insieme solo come un piccolo tassello di un mio personale quadro di crescita e di vita, PERSONALE. Per me non è stata una critica, ma, anzi, la conferma di quello che sto costruendo ogni giorno, con sudore e fatica, io non sposo le vision delle aziende per cui lavoro, ma cerco di trovare tutti quegli elementi comuni alla mia vision e alla mia mission personale, PERSONALE, sì perché prima di tutto devo controllare e fare i conti con le mie motivazioni interne, con la mia idea di cambiare il mondo.

In sintesi mi piacerebbe guardare alcuni punti per andare ai colloqui con un piglio in più, dalla parte del candidato e di come le aziende dovrebbero rivedere il loro modo di fare:

Se devi sostenere un colloquio:

  • Conosci te stesso: devi sapere quali sono le tue risorse e quali i tuoi limiti, devi saperli descrivere bene. Non devi mentire MAI! Non mentire su ciò che sai, su ciò che hai fatto o su ciò che vuoi fare. Mi è capitato una volta un ragazzo che arrivato al colloquio si vedeva che non era interessato a questo tipo di lavoro, ma che avrebbe lavorato solo perché sentiva che DOVEVA farlo, qualsiasi lavoro fosse, dopo qualche mese se ne sarebbe andato.
  • Non sei sotto esame, la valutazione è da entrambe le parti, fallo ben presente! Non ti stanno facendo un favore, ma sei forse tu che lo farai a loro: hanno un bisogno e tu potresti essere la loro soluzione, ma anche tu hai un bisogno e loro potrebbero essere la tua soluzione. Un equilibrio da mantenere, se ci si sbilanciasse troppo da una o dall’altra parte si cadrebbe.
  • Fai un sacco di domande, mettili in crisi! Il solo modo per capire se in quel posto ci puoi stare per i prossimi anni.
  • RISCHIA! Esci dalla tua zona di comfort, buttati se vedi del potenziale nella proposta, che sia in linea con la tua vision!

Alle Aziende ricordo:

  • Se state facendo selezioni vuol dire che avete un problema da risolvere! (forse più d’uno, ma questa è un’altra storia). Quindi selezionate bene i CV prima di fare il colloquio, purché sappiate leggerli, avete un sacco di informazioni.
  • Valutate le soft-skills, non fermatevi solo alle competenze ed esperienze, cercate di capire quali sono le vision dei vostri candidati, perché chi ha contribuito a fare le migliori rivoluzioni lo ha fatto partendo da un bisogno egoistico, trovando un’azienda che credeva nella sua vision, in linea con la propria.
  • SMETTETE DI SENTIRVI LA COMMISSIONE D’ESAME! che siete voi i primi sotto esame, perdete di credibilità davanti al candidato, perdete di credibilità nella sua cerchia. E se il candidato è arrivato a voi vuol dire che la cerchia non è tanto lontana dalla vostra.

Ciao

Educatore Aziendale. Maggiore Valore Per Aziende Meno Fredde

Educatore Aziendale. Maggiore Valore Per Aziende Meno Fredde

Cosa voglio fare con questo articolo? Ragionare con chiunque lo stia leggendo su un tema che mi frulla in testa da tanto tempo.

Non voglio parlare del fatto che le aziende siano il male assoluto, non sono la Morte Nera! Non troverete delle arringhe di come le aziende stiano generando più problemi nel mondo che valore. In questo articolo troverete una piccola idea che potrebbe creare qualcosa di Spaziale.

Fino ad ora le aziende profit e il social working sono stati ben separati, lontani l’uno dall’altro come due pianeti di due galassie opposte. Non lo sono così tanto.

In entrambe le realtà ci sono aspetti molto simili, se non uguali:

  • Ci sono delle persone, quindi c’è della vita intorno
  • Esiste una Vision
  • Esiste una Mission

Però ci sono dei vizi di forma che influenzano il pensiero:

  • Se non porti utili all’azienda sei un peso. Niente di più falso! In molte realtà succede che solo chi ha un ruolo attivo, consulente o manager, porta del capitale all’azienda, mentre gli altri sono un solo un costo. La realtà è ben diversa, chiunque porta un valore all’azienda e porta utili: se non ci fosse chi pensa a far in modo che gli spazi siano belli, puliti e ben fruibili, gli altri starebbero male, lavorerebbero male e produrrebbero molto di meno. TIRATE VOI LE SOMME!
  • La Vision di Apple negli anni ’80 era: “Man is the creator of change in this world. As such, he should be above systems and structures, and not subordinate to them.” (L’uomo è il fautore del cambiamento di questo mondo. Come tale, dovrebbe essere sopra ogni sistema e struttura, e non subordinato ad esse.) La Barilla, quindi nostrana, la sua Vision è questa: “Aiutiamo le persone a vivere meglio, portando ogni giorno nella loro vita il benessere e la gioia del mangiar bene.”  Sono tutti elementi che fanno parte proprio della valigetta degli attrezzi di un educatore.
  • La Mission: “Barilla propone un’offerta di qualità fatta di prodotti gustosi e sicuri. Barilla crede nel modello alimentare italiano che combina ingredienti di qualità superiore e ricette semplici, offrendo esperienze uniche ai cinque sensi. Il senso di appartenenza, il coraggio e la curiosità intellettuale ispirano il nostro modo di essere ed identificano le persone con le quali lavoriamo. Barilla lega da sempre il suo sviluppo al benessere delle persone e delle comunità in cui opera.” Anche qui c’è pane per i denti chi ha studiato educazione e i processi formativi.

L’educatore aziendale salverà il business!

Non sto parlando che nelle aziende bisogna educare il personale. Sto dicendo che l’educatore aiuterebbe a creare una nuova frontiera per la conoscenza, l’apprendimento, l’AUTONOMIA! Il principale obiettivo che ha un educatore è proprio quello di aiutare le persone a crearsi una propria autonomia: fornire i mezzi e le conoscenze necessarie che possano portare al raggiungimento di tutti gli obiettivi di vita. Ovviamente sto parlando degli stessi obiettivi che può avere un’azienda, piccola o grossa, verso i suoi dipendenti: FARE IN MODO CHE QUESTI TROVINO IL MODO DI ESSERE AUTONOMI NELLA PROPRIA MANSIONE!

Quando nell’azienda in cui lavoravo era arrivato “quello nuovo” è subito sorto un problema, ovviamente non legato alla nuova risorsa, ma alla scarsa conoscenza e preparazione di tutti gli altri: CHI LO DEVE FORMARE? Ovviamente la risposta potrebbe sembrare banale: chi lavora in quella mansione. punto. La persona incaricata alla formazione della nuova risorsa è dunque chi svolge la mansione che dovrà poi svolgere, in autonomia, il novizio.

Ecco che siamo entrati in uno dei Loop più dannosi per un’azienda!

  • il “formatore” designato (detto anche tutor aziendale) oltre a svolgere le sue normali mansioni dovrà anche stare dietro al novellino, per limitare formarlo! Ovviamente come può essere vista questa situazione? UNA GRANDISSIMA ROTTURA DI SCATOLE! “Non solo mi devo centellinare ogni singolo istante per finire i miei lavori, ma adesso devo perdere tempo a istruire questo qui!”
  • Si passa quindi al ridurre i danni, limitando lo sbattimento: “Seguimi e prendi appunti! se hai domande ci ritagliamo un’ora venerdì pomeriggio e mi chiedi” e qui Yoda avrebbe da ridirne! “fare o non fare! non esiste provare!” Il nuovo non impara, non si sente accettato e non sarà molto felice! Risultato: lavorerà male.
  • Se poi quello nuovo è riuscito a resistere, passare oltre imparare qualcosa quando toccherà a lui formare qualcuno saremo nuovamente punto e capo.

Queste situazioni, ovviamente, sono probabili per ogni posizione! Non Siete Salvi!

Ecco che un educatore aziendale potrebbe affiancare la nuova risorsa, seguirle e guidarla, fare da TUTOR, da maestro e apprendere con lui, trovare il modo migliore perchè l’apprendimento sia più veloce, snello ed efficace possibile. Generando in questo modo VALORE, quindi Utile.

Se non siete ancora convinti di tutto questo, contattatemi, datemi 2 minuti del vostro tempo, 2 minuti che potrebbero farvi aprire la mente!

La Giusta Distanza: Come Una Relazione Educativa Può Essere Di Successo Mantenendo Una Efficace Distanza Ravvicinata.

La Giusta Distanza: Come Una Relazione Educativa Può Essere Di Successo Mantenendo Una Efficace Distanza Ravvicinata.

Facendo il lavoro dell’educatore (nelle sue più varie accezioni), mi sono sempre interrogato su un concetto che, nelle varie situazioni, emerge di potenza: quale distanza/vicinanza tenere con gli educandi (utenti non mi è mai piaciuto).

In realtà non è un concetto solo del campo educativo, ma rientra in un ambito molto più ampio e vasto, che va dalla squadra di calcio al lavoro in fabbrica o in azienda.

Vi è mai capitato di essere a casa, in riposo, dopo una giornata, più o meno, pesante, che state cercando di staccare totalmente la testa, le emozioni, scrollandovi di dosso un po’ tutto, quando vi squilla il telefono, ed è proprio una telefonata che riguarda il lavoro, ma non di lavoro? Capita a tutti. Anche a me.

Qui bisogna aprire una parentesi: ci sono diversi tipi di relazione, alcune sono paritarie, o simmetriche, altre sono complementari, cioè regolate da un rapporto di subordinazione. Concetti questi, estrapolati dagli assiomi della comunicazione di Watzalvick, Palo Alto. Cosa intendo? tra colleghi il rapporto è tra pari, entrambi “valgono” uguale. Mentre nel rapporto complementare uno “vale” di più per il ruolo che occupa. In un altro articolo vedremo quando la simmetria non è rispettata o riconosciuta.

Tra educatore ed educando il rapporto non può essere che complementare, dove uno detta le regole e l’altro le accetta, le mette in atto, in discussione, insomma fa la sua parte. Un po’ come tra genitori e figli.

Dicevamo… vi è mai capitato? beh si! capita a tutti, anche a me. Quando mi è successo era dovuto al fatto che avevo aperto delle finestre, o delle porte, lasciando entrare il mondo nel mio spazio vitale. Un po’ come accade nel “fu Mattia Pascal”:

– La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! – venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. – Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis. – La tragedia d’Oreste?

 – Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.

 – Non saprei, – risposi, stringendomi ne le spalle.

 – Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.

 – E perché?

 – Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.

-“Il Fu Mattia Pascal” L. Pirandello

Succede questo anche a noi, rimarremmo impietriti, invasi nel nostro spazio, senza certezze, equilibristi senza sicurezza.

Uno dei precetti che mi sono sempre dato, delle regole auree intorno cui basare il mio modus operandi, è stato quello di avere dei confini rigidi, dei paletti, dichiarati a inizio della relazione, che dettassero delle regole ferree per il gioco relazionale che si va a creare. Questo mio modo di fare ha garantito me e garantito loro. Ecco alcune delle regole:

  • dare importanza al ruolo: io e te abbiamo ruoli diversi, ognuno fa la sua parte e ha i suoi compiti
  • non trattenersi: sapere che ogni relazione ha bisogno di essere vissuta al suo massimo, ma ha anche bisogno di qualità, non di quantità. Ogni momento passato insieme è fondamentale, ma poi ognuno di noi ha bisogno dei suoi spazi
  • saper dosare al massimo i propri stili di leadership, un po’ come faceva Bob Paisley https://it.wikipedia.org/wiki/Bob_Paisley
  • essere chiaro sul fatto: quando sono qui e ci sono al 100% per te, mentre quando non sono qui devo dare la mia attenzione al 100% ad altri.

Quello che diceva anche la Volpe al Piccolo Principe: pensare al prossimo incontro, a cosa dire, cosa fare, sapere che si è nella testa dell’altro e nel cuore, è molto bello.

Riuscire a preservare un proprio spazio è molto utile e vitale, ma per farlo si possono creare delle situazioni “nevrotiche”, dove il mio modo di essere in relazione è solo una parte da recitare, poco genuina, ottenendo sicuramente la salvaguardia del proprio spazio, ma “prendendo per il culo” chi è dall’altra parte, che, una volta scoperta la truffa relazionale, si ritirerà non lasciando più spiraglio per lavorare con lui e quindi per colpa di una menzogna si compromette qualcosa che poteva essere molto bello.

Quindi, dosando bene le energie e la distanza, si riescono a fare delle esperienze di successo, per tutti e due gli attori coinvolti, senza essere invischiati in vortici da cui diventa difficile mantenere una certa obiettività.

Spero che queste due righe possano essere utili a qualcuno, come spunto di riflessione.

Grazie

L’arte di dare dei feedback

L’arte di dare dei feedback

II feedback, o, all’italiana, riscontro, è un’arte che va imparata, allenata, appresa e applicata. Ma come si fa a dare dei feedback seri? e poi, questi feedback servono?

Il feedback è uno strumento importantissimo, serve a noi per capire se siamo sulla strada giusta per raggiungere i nostri obiettivi, non esiste successo senza obiettivo, non esiste obiettivo senza feedback, quindi non esiste successo senza feedback. Ogni prestazione cui abbiamo fatto fronte ci ha restituito un feedback, la natura ci manda feedback di continuo.

Un primo modo di darci dei feedback riguarda quei riscontri che ci diamo noi stessi, quei piccoli giudizi che ci diamo, ad esempio “sono stato proprio bravo” oppure “sono stato un pirla” ecc., questi sembrano quelli più facili, ma in realtà sono molto più difficili di quanto si possa immaginare, perché giudicare noi stessi è sempre uno sbilanciamento, in positivo o in negativo, ma non è mai oggettivo. L’importante è stare sull’azione, non sul generale, verificare le azioni è più facile e più incisivo.

Ma quando poi ci domandano: mi potresti dare un feedback sulla mia “prestazione”?

Con prestazione intendo tutto, ogni evento di particolare rilevanza, come la presentazione di un lavoro, aver tenuto la riunione, aver fatto una maratona, un particolare gesto, ecc.

In questi casi vanno evitati i feedback larghi, cioè quelli generici che di solito sono riferiti alla persona, non all’azione, come, ad esempio, “sei stato bravo”, in positivo, “sei un pirla”, in negativo (che va evitato come la peste), bisogna, invece, dispensare feedback stretti (sul fatto specifico), positivi o negativi, come “sei stato chiaro nel parlare” (positivo), oppure “sul passaggio dal concetto “a” al concetto “b”, ti sei mangiato qualche parola, rendendo il discorso poco fluido” (negativo); con quest’ultimo esempio non stiamo dando del pirla, ma stiamo solo dicendo che quella cosa va migliorata, altro aspetto fondamentale: non dire “male”, ma “meglio”.

Iniziare a provare a farlo con noi stessi ci renderà migliori.