fbpx
La Giusta Distanza: Come Una Relazione Educativa Può Essere Di Successo Mantenendo Una Efficace Distanza Ravvicinata.

La Giusta Distanza: Come Una Relazione Educativa Può Essere Di Successo Mantenendo Una Efficace Distanza Ravvicinata.

Facendo il lavoro dell’educatore (nelle sue più varie accezioni), mi sono sempre interrogato su un concetto che, nelle varie situazioni, emerge di potenza: quale distanza/vicinanza tenere con gli educandi (utenti non mi è mai piaciuto).

In realtà non è un concetto solo del campo educativo, ma rientra in un ambito molto più ampio e vasto, che va dalla squadra di calcio al lavoro in fabbrica o in azienda.

Vi è mai capitato di essere a casa, in riposo, dopo una giornata, più o meno, pesante, che state cercando di staccare totalmente la testa, le emozioni, scrollandovi di dosso un po’ tutto, quando vi squilla il telefono, ed è proprio una telefonata che riguarda il lavoro, ma non di lavoro? Capita a tutti. Anche a me.

Qui bisogna aprire una parentesi: ci sono diversi tipi di relazione, alcune sono paritarie, o simmetriche, altre sono complementari, cioè regolate da un rapporto di subordinazione. Concetti questi, estrapolati dagli assiomi della comunicazione di Watzalvick, Palo Alto. Cosa intendo? tra colleghi il rapporto è tra pari, entrambi “valgono” uguale. Mentre nel rapporto complementare uno “vale” di più per il ruolo che occupa. In un altro articolo vedremo quando la simmetria non è rispettata o riconosciuta.

Tra educatore ed educando il rapporto non può essere che complementare, dove uno detta le regole e l’altro le accetta, le mette in atto, in discussione, insomma fa la sua parte. Un po’ come tra genitori e figli.

Dicevamo… vi è mai capitato? beh si! capita a tutti, anche a me. Quando mi è successo era dovuto al fatto che avevo aperto delle finestre, o delle porte, lasciando entrare il mondo nel mio spazio vitale. Un po’ come accade nel “fu Mattia Pascal”:

– La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! – venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. – Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis. – La tragedia d’Oreste?

 – Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.

 – Non saprei, – risposi, stringendomi ne le spalle.

 – Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.

 – E perché?

 – Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.

-“Il Fu Mattia Pascal” L. Pirandello

Succede questo anche a noi, rimarremmo impietriti, invasi nel nostro spazio, senza certezze, equilibristi senza sicurezza.

Uno dei precetti che mi sono sempre dato, delle regole auree intorno cui basare il mio modus operandi, è stato quello di avere dei confini rigidi, dei paletti, dichiarati a inizio della relazione, che dettassero delle regole ferree per il gioco relazionale che si va a creare. Questo mio modo di fare ha garantito me e garantito loro. Ecco alcune delle regole:

  • dare importanza al ruolo: io e te abbiamo ruoli diversi, ognuno fa la sua parte e ha i suoi compiti
  • non trattenersi: sapere che ogni relazione ha bisogno di essere vissuta al suo massimo, ma ha anche bisogno di qualità, non di quantità. Ogni momento passato insieme è fondamentale, ma poi ognuno di noi ha bisogno dei suoi spazi
  • saper dosare al massimo i propri stili di leadership, un po’ come faceva Bob Paisley https://it.wikipedia.org/wiki/Bob_Paisley
  • essere chiaro sul fatto: quando sono qui e ci sono al 100% per te, mentre quando non sono qui devo dare la mia attenzione al 100% ad altri.

Quello che diceva anche la Volpe al Piccolo Principe: pensare al prossimo incontro, a cosa dire, cosa fare, sapere che si è nella testa dell’altro e nel cuore, è molto bello.

Riuscire a preservare un proprio spazio è molto utile e vitale, ma per farlo si possono creare delle situazioni “nevrotiche”, dove il mio modo di essere in relazione è solo una parte da recitare, poco genuina, ottenendo sicuramente la salvaguardia del proprio spazio, ma “prendendo per il culo” chi è dall’altra parte, che, una volta scoperta la truffa relazionale, si ritirerà non lasciando più spiraglio per lavorare con lui e quindi per colpa di una menzogna si compromette qualcosa che poteva essere molto bello.

Quindi, dosando bene le energie e la distanza, si riescono a fare delle esperienze di successo, per tutti e due gli attori coinvolti, senza essere invischiati in vortici da cui diventa difficile mantenere una certa obiettività.

Spero che queste due righe possano essere utili a qualcuno, come spunto di riflessione.

Grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *