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Paura di Volare

Paura di Volare

Sta ripartendo tutto, anche la possibilità di volare, ma qualcuno non riesce, bloccato da una forte Paura di Volare!

Piccolo excursus sulle paure specifiche:

A seconda di cultura, società e storia, l’uomo ha creato mille paure, tutte diverse, tutte specifiche.

Nelle città si ha un incremento delle persone che hanno la fobia per i piccioni, un tempo era più diffusa quella dei serpenti, ma le città erano più rurali, oppure le fobie per i ragni, o gli insetti in generale, ecc.

Parafrasando l’aforisma di Oscar Wilde “esistono tante realtà, quante se ne possono inventare” il Prof. Giorgio Nardone ha affermato che “Esistono tante paure, quante se ne possono inventare”.

Una tra queste paure è sempre più diffusa nella nostra società: LA PAURA DI VOLARE!

Chi ha paura di volare, ma è costretto a farlo, vive un calvario: ogni volta cerca di trovare alternative plausibili, anche 6 settimane di barca mercantile andrebbero bene, pur di non mettere piede su un aereo, ma poi essendo costretto a farlo deve cedere.

Strategie fallimentari

  • Concentrarsi sul proprio stato di ansia: più ci si concentra, più aumenta!
  • Chiedere un supporto farmacologico: non si smette di provare paura, ma solo di averne i sintomi, è come essere ingessati e non potersi muovere
  • Cercare un sostegno in alcolici: bere non fa passare la paura, ma aiuta a vivere un’esperienza ancora peggiore
  • Chiedere aiuto: ogni volta arriva il messaggio che non siamo in grado di farcela
  • Evitare di usare l’aereo: costringendo amici e famigliari a interminabili viaggi in auto, adducendo mille (più una) scuse
  • Partecipare ai corsi per superare la paura di volare delle compagnie aeree: in molti casi chi partecipa esce con più paure di quando è entrato

Come affrontare la paura di volare

Parlano con uno specialista che ti aiuti a superare la tua paura di volare, facendo in modo che diventi un viaggio non solo tranquillo, ma persino piacevole.

Come dicevano gli antichi giapponesi: il viaggio è la felicità, non lo è la meta.

Come superarla con le Terapie Brevi

Si può superare la paura di volare attraverso le terapie brevi, dove in tempi brevi, appunto, è possibile risolvere il problema concentrandosi su come funziona in questo momento, andando poi, in modo strategico, a definire una soluzione.

Con le terapie brevi è possibile superare La paura di volare in poche sedute con un’ottima percentuale di successo.

Sbagliando si Impara, ma Attenzione!

Sbagliando si Impara, ma Attenzione!

Tre spunti per riuscire ad imparare dai propri sbagli e due grandi distinzioni

Per riuscire bene in una qualsiasi cosa si voglia riuscire bisogna progettarla bene, preparare la strada, definire gli obiettivi, i sotto-obiettivi, i micro-obiettivi, il percorso logico che ci deve portare fino al successo.

Bisogna definire anche le fasi del nostro percorso secondo due grandi accezioni: Innovazione ed Esecuzione.

Nella fase di innovazione ci troviamo quando ci stiamo approcciando per la prima volta ad un nuovo obiettivo, ad una novità, sia perché effettivamente nuova, sia perché abbiamo interrotto da qualche tempo.

Come quando si prepara una gara, sia che si sia atleti esperti di quella disciplina, sia che si sia alla prima esperienza, per poterla sostenere è necessario allenarsi. L’allenamento non è solo una questione di preparazione fisica, ma è anche questione mentale, soprattutto mentale. In questa fase è molto utile sbagliare, proprio in questa fase sbagliando si impara, ma nella fase successiva, quella dell’esecuzione, non è più possibile fare errori, quello è fallimento.

L’errore può essere quindi una fase del successo o del fallimento? Sì.

L’errore può diventare un enorme potenziale che porta al successo, come abbiamo visto, solo se ci mettessimo nella condizione di innovarci, quindi come riconosciamo questa condizione.

Ecco 3 spunti che spero possano essere utili per avere successo sbagliando:

  • Il mio Obiettivo al Primo Posto

Se l’obiettivo è passare un esame, vincere una gara, migliorare la propria prestazione, aumentare il fatturato, ecc, bisogna sempre tenerlo a mente, dandosi una DEADLINE ben chiara. Con il calendario in mano bisogna pianificare la scadenza, la data della prestazione, ma bisogna anche pianificare le date delle prove: una serie di test per verificare se la preparazione è corretta, in vista dell’obiettivo da raggiungere, oppure se bisogna ancora lavorarci su. Provare a sostenere una simulazione di gara, prima della gara, significa dirci: Possiamo sbagliare, lo stiamo facendo proprio per questo!

  • La Prestazione, Buoni e Cattivi

Verificare e analizzare la prestazione in termini di buona riuscita o no è utile fino ad un certo punto, ma non serve a migliorare, per questo serve essere molto più specifici, più tecnici, più onesti. Ogni passaggio va analizzato al microscopio, in modo da far uscire ogni pecca, giudicare l’errore, non sé stessi!

Se avessi commesso un errore nella simulazione sarebbe un obiettivo raggiunto, quello che volevo ottenere, non serve giudicarsi come falliti, non aiuta a migliorare, ma giudicare che tipo di errore è stato è utile, analizzarlo per vedere cosa mi ha portato a quell’errore farà in modo che non succeda più nella fase di gara, riconoscere i Buoni dai Cattivi, li aiuta a trasformarli in buoni!

  • Innovazione o Esecuzione

Come si fa a riconoscere in quale fasi siamo? Lo decidiamo noi, ma serve onestà, non possiamo usare sempre la scusa del “sto imparando” ogni volta che falliamo, altrimenti non impariamo nulla! Errare è umano, perseverare è diabolico! 

Riconoscere di essere in fase di innovazione è necessario per avere successo, ma se fossimo stati troppo generosi con l’idea della nostra preparazione, se ci fossimo definiti pronti troppo presto, in quale fase saremmo? Per riuscire a riconoscere in quale fase siamo dobbiamo ripartire dall’errore: è la prima volta che lo compio? Non era mai avvenuta una situazione così? Non potevo preventivarlo! Questi sono i sintomi dell’innovazione, quindi tutto bene! Siamo ancora in fase di preparazione.

Ma se, invece, si reiterasse lo stesso errore, continuamente, allora si dovrebbe rifare tutto il lavoro, questo sarebbe un fallimento, da cui posso trarre l’insegnamento di lavorare meglio sugli errori in preparazione.

La Giusta Distanza: Come Una Relazione Educativa Può Essere Di Successo Mantenendo Una Efficace Distanza Ravvicinata.

La Giusta Distanza: Come Una Relazione Educativa Può Essere Di Successo Mantenendo Una Efficace Distanza Ravvicinata.

Facendo il lavoro dell’educatore (nelle sue più varie accezioni), mi sono sempre interrogato su un concetto che, nelle varie situazioni, emerge di potenza: quale distanza/vicinanza tenere con gli educandi (utenti non mi è mai piaciuto).

In realtà non è un concetto solo del campo educativo, ma rientra in un ambito molto più ampio e vasto, che va dalla squadra di calcio al lavoro in fabbrica o in azienda.

Vi è mai capitato di essere a casa, in riposo, dopo una giornata, più o meno, pesante, che state cercando di staccare totalmente la testa, le emozioni, scrollandovi di dosso un po’ tutto, quando vi squilla il telefono, ed è proprio una telefonata che riguarda il lavoro, ma non di lavoro? Capita a tutti. Anche a me.

Qui bisogna aprire una parentesi: ci sono diversi tipi di relazione, alcune sono paritarie, o simmetriche, altre sono complementari, cioè regolate da un rapporto di subordinazione. Concetti questi, estrapolati dagli assiomi della comunicazione di Watzalvick, Palo Alto. Cosa intendo? tra colleghi il rapporto è tra pari, entrambi “valgono” uguale. Mentre nel rapporto complementare uno “vale” di più per il ruolo che occupa. In un altro articolo vedremo quando la simmetria non è rispettata o riconosciuta.

Tra educatore ed educando il rapporto non può essere che complementare, dove uno detta le regole e l’altro le accetta, le mette in atto, in discussione, insomma fa la sua parte. Un po’ come tra genitori e figli.

Dicevamo… vi è mai capitato? beh si! capita a tutti, anche a me. Quando mi è successo era dovuto al fatto che avevo aperto delle finestre, o delle porte, lasciando entrare il mondo nel mio spazio vitale. Un po’ come accade nel “fu Mattia Pascal”:

– La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! – venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. – Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis. – La tragedia d’Oreste?

 – Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.

 – Non saprei, – risposi, stringendomi ne le spalle.

 – Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.

 – E perché?

 – Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.

-“Il Fu Mattia Pascal” L. Pirandello

Succede questo anche a noi, rimarremmo impietriti, invasi nel nostro spazio, senza certezze, equilibristi senza sicurezza.

Uno dei precetti che mi sono sempre dato, delle regole auree intorno cui basare il mio modus operandi, è stato quello di avere dei confini rigidi, dei paletti, dichiarati a inizio della relazione, che dettassero delle regole ferree per il gioco relazionale che si va a creare. Questo mio modo di fare ha garantito me e garantito loro. Ecco alcune delle regole:

  • dare importanza al ruolo: io e te abbiamo ruoli diversi, ognuno fa la sua parte e ha i suoi compiti
  • non trattenersi: sapere che ogni relazione ha bisogno di essere vissuta al suo massimo, ma ha anche bisogno di qualità, non di quantità. Ogni momento passato insieme è fondamentale, ma poi ognuno di noi ha bisogno dei suoi spazi
  • saper dosare al massimo i propri stili di leadership, un po’ come faceva Bob Paisley https://it.wikipedia.org/wiki/Bob_Paisley
  • essere chiaro sul fatto: quando sono qui e ci sono al 100% per te, mentre quando non sono qui devo dare la mia attenzione al 100% ad altri.

Quello che diceva anche la Volpe al Piccolo Principe: pensare al prossimo incontro, a cosa dire, cosa fare, sapere che si è nella testa dell’altro e nel cuore, è molto bello.

Riuscire a preservare un proprio spazio è molto utile e vitale, ma per farlo si possono creare delle situazioni “nevrotiche”, dove il mio modo di essere in relazione è solo una parte da recitare, poco genuina, ottenendo sicuramente la salvaguardia del proprio spazio, ma “prendendo per il culo” chi è dall’altra parte, che, una volta scoperta la truffa relazionale, si ritirerà non lasciando più spiraglio per lavorare con lui e quindi per colpa di una menzogna si compromette qualcosa che poteva essere molto bello.

Quindi, dosando bene le energie e la distanza, si riescono a fare delle esperienze di successo, per tutti e due gli attori coinvolti, senza essere invischiati in vortici da cui diventa difficile mantenere una certa obiettività.

Spero che queste due righe possano essere utili a qualcuno, come spunto di riflessione.

Grazie