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Autore: carlomassarutto

Ansia da Coronavirus: come superarla

Ansia da Coronavirus: come superarla

Cos’è l’ansia e l’ansia da coronavirus?

Cos’è invece l’angoscia?

Definizioni

Iniziamo con il dire che cosa sia l’ansia, più in generale, conoscendo meglio come si manifesta.

Se cercassimo ANSIA su google, cosa che fanno tutti, almeno per capire di cosa si parla troviamo mille risultati, mille definizioni simili, alcune più precise di altre, ma tutti si cade poi su Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Ansia, dove troviamo la definizione di Ansia come uno stato psichico di un individuo, caratterizzato da sensazione di Paura o di Preoccupazione, come risposta ad uno stimolo minaccioso percepito nell’ambiente.

Questa definizione si avvicina molto a quello che sostengo anche io, supportato da studi e ricerche.

L’ansia è la manifestazione palpabile dell’emozione primaria che tutti noi conosciamo come Paura.

Quando percepiamo una minaccia, un pericolo o qualcosa che ci potrebbe mettere in difficoltà, il nostro cervello è allenato a riconoscere lo stimolo minaccioso, in frazioni di secondo, capire se poi è davvero minaccioso, elaborare l’informazione e fornire una risposta comportamentale, cioè un’azione, quella più coerente possibile.

Cosa succede se lo stimolo minaccioso è riconosciuto come una vera minaccia? Il nostro cervello elabora una risposta avendo una due sole scelte: attacco e fuga.

Quindi davanti ad un pericolo, o a qualcosa che percepiamo come tale, ci sentiamo in ansia e cerchiamo di elaborare il nostro attacco o la nostra fuga.

Come possono andare le cose in tempi di coronavirus? Può succedere che sviluppiamo una paura generalizzata che ci terrorizza, come ho scritto in questo articolo: Questa Paura Terrorizza

Può anche succedere di sviluppare una particolare fobia per una malattia o una paura di ammalarsi, come raccontavo in questo altro articolo: Ipocondria ai tempi del coronoavirus.

La storia di Maurizio

Vorrei però raccontarvi di un messaggio che mi è arrivato da Maurizio qualche giorno fa.

Maurizio è un imprenditore che mi segue sui social, quando ho chiesto a chi mi segue su instagram come stanno vivendo questo momento lui mi ha risposto così:

M: Ho 55 anni e ho sempre lavorato per costruire ho iniziato come operaio in fabbrica poi ho fatto l’amministratore di condominio e dopo essermi appassionato di yoga e shiatsu ho una guesthouse a Genova. Ora sono fermo e questo stop mi ha fatto conoscere te e un mondo sui social che non conoscevo. Grazie per la tua risposta in privato. Maurizio

C: In questi giorni mi scrivi e vedo che c’è del tormento in te. Che è un po’ di angoscia probabilmente.

M: Vedi 17 anni fa mi sono rotto una gamba e sapevo che ci volevano dei mesi per tornare operativo ma ora non si sa cosa succede anche perché noi a Genova abbiamo già avuto il disastro del ponte Morandi che a messo in ginocchio la città con la chiusura di molte attività e ho il presentimento che altre attività chiuderanno. Anche se io potrò rialzarmi ma vivere in una città con una brutta energia non è bello le persone sono giù di morale e influenzano anche me. Mi auguro che ti possa servire la mia testimonianza per approfondire tematiche di altre realtà diverse da dove vivi

Maurizio ha centrato il punto!

Angoscia

L’ansia la provi se vedi il nemico, lo riconosci, sai che c’è, ma se il nemico non c’é? se non se ne vede la fine? Quella che cosa è?

Quella è ANGOSCIA, che è un filo più stron.. subdola, perché entra in campo quando non possiamo trovare nulla sui cui appoggiarsi, quando non riusciamo a riconoscere il nostro nemico, quando tutto sembra sempre andare per il verso sbagliato e ha l’aria di continuare a peggiorare.

In questi giorni molti stanno vivendo questa sensazione, che chiamaiamo Ansia da Coronavirus, da lockdown, da quarantena, senza riuscire a combatterla, ma che è il preludio di una depressione.

Quando vediamo qualcuno, un nostro amico, parente, fidanzato, CONGIUNTO (che va tanto di moda in questi giorni) in questa situazione siamo tentati di dire: dai tirati su, non è così male! o tutte le altre forme di tentate rassicurazioni che fanno piombare sempre di più nell’angoscia. Questo va smesso!

Chi è angosciato si sente condannato, attende che qualcosa succeda, come una venuta di una salvezza, senza però attivarci, si sente senza possibilità di appello, quindi per aiutarci a uscire da questa situazione è bene iniziare a interrompere l’ascolto massiccio di notizie catastrofiche, che contribuiscono a ributtarci nello stato di angoscia.

Altra tentata soluzione da interrompere è il parlare continuamente di questa situazione, di cercare conferme, che alla fine non si trovano e alimentano l’incertezza, cioè la benzina per il fuoco dell’angoscia.

Per approfondire il concetto di angoscia ti invito a leggere questo stralcio tratto dal libro “La paura delle decisioni” del prof. Giorgio Nardone: Angoscia e Crisi Depressive

Se senti che stai vivendo in uno stato di angoscia, di condanna, ti invito a parlarne, puoi scrivermi per fissare un appuntamento.

Bibliografia

Ipocondria ai tempi del Coronavirus

Ipocondria ai tempi del Coronavirus

L’ipocondria ai tempi del coronavirus è normale?

L’ipocondria è la paura di contrarre una malattia, ai tempi del corona virus è una paura che sa molto di razionale e giusta.

Ci sono sempre però dei limiti da osservare, dei punti oltre il quale è bene non spingersi, perché è come oltrepassare il parapetto e cadere dal precipizio: all’inizio sembra divertente, ma poco dopo, appena subentra la consapevolezza dello schianto, ci terrorizziamo.

Caratteristiche

Secondo il manuale diagnostico dei disturbi mentali, il DSM-5 – che è il manuale che usano medici, psicologi, psicoterapeuti e psichiatri per diagnosticare dei disturbi – l’ipocondria è riportata come Ansia da malattie, cioè una forte preoccupazione di contrarre malattie, più o meno gravi.

Veniva chiamata Ipocondria fino all’edizione precedente del manuale, ma noi continueremo a chiamarla così per affetto e perché è un termine di uso comune e molto più semplice da identificare per chiunque.

Cosa fa l’ipocondriaco?

Vediamo nel dettaglio come si comporta un ipocondriaco, o potrei dire, vediamo se ci azzecco a descrivere come fai tu, sì tu che leggi queste poche righe:

  • Ascolti ogni segnale che il tuo corpo ti manda: affanno, battito cardiaco accelerato, fiatone, dolori
  • Chiedi aiuto e rassicurazioni per farti dire che non hai nulla, ma dentro di te sai che c’è qualcosa
  • Eviti i controlli medici come la peste, perché ti diranno che sei malato
  • Ricerchi su google i significati dei sintomi che hai oppure cerchi i sintomi di una data malattia che pensi di avere per verificare se hai quei sintomi

Come è cambiato con il Covid?

L’ipocondria ai tempi del coronavirus sembra essere diventata la normalità, dato che, normalmente, chi soffre di ipocondria non è sicuro di quale malattia possa avere, le cambia di continuo, in questi giorni di emergenza sanitaria per il coronavirus, si è visto un incremento delle telefonate ai numeri di emergenza, la maggior parte erano per paura e panico di aver contratto il virus.

Lo so, ora ti starai chiedendo: quindi Carlo se esco e vado a fare la spesa, esponendomi al rischio, non devo aver paura di contrarre il virus?

C’è una grossa differenza tra essere attenti e rispettare le norme e l’essere terrorizzati per ogni cosa, ma soprattuto ci sono persone che sono maggiormente più soggette a cadere nella trappola della paura delle malattie, perché già ci navigavano prima.

Il lato positivo di questa situazione è che ha normalizzato (possiamo dire quasi guarito?) chi prima prendeva mille precauzioni, come mettere i guanti, non toccare nulla, lavarsi le mani e disinfettarle, sanificare ogni cosa, perché ha creato uno standard sociale comune a tutti.

Qualcuno in studio mi ha detto: Sa dottore, ora so cosa significa essere normale, cioè essere uguale agli altri.

Come è possibile però evitare la trappola dell’ipocondria?

Intanto cerca di riconoscere tutti quei segnali di tipiche azioni che ho elencato prima e cerca di interromperle, perché molto spesso sono proprio quelle che aprono la via a contrarre una malattia davvero.

Voglio farti un esempio chiaro, su questo aspetto.

Una persona che ha paura di avere una malattia al cuore, starà tutto il tempo a sentire le piccole variazioni del proprio battito cardiaco, spaventandosi ad ogni cambio di ritmo, ma nel momento stesso in cui ascoltiamo il nostro cuore, sarà per l’emozione di sentirsi chiamato in causa, questo batte più forte.

Questo porterà il nostro eroe a dirsi: Oddio, ora batte più forte, è tachicardia; al tempo stesso lo porterà ad evitare tutte le attività fisiche, perché potenzialmente metterebbero a dura prova un cuore ritenuto debole.

L’assenza di attività fisica, però comporta una riduzione delle difese immunitarie e un indebolimento dei muscoli, che porteranno il nostro eroe ad essere più a rischio di ammalarsi di qualche cosa.

Alla fine, come diceva il maestro Shifu, in Kung-fu Panda, la strada intrapresa per evitare il proprio destino ti porterà inevitabilmente a scontrarti con esso.

Puoi riuscire a superare questa paura, affrontandola, facendoti guidare da un professionista riusciresti ad affrontarla anche in tempi più rapidi.

Riferimenti Bibliografici

Cosa Fare in Caso di Dubbio?

Se la tua paura sta prendendo il controllo della tua vita e aggiungi precauzioni a quelle che i sanitari invitano a rispettare, stai cedendo alla paura.

Se hai il dubbio di che stai andando nella direzione sbagliata, che stai sviluppando una qualche paura delle malattie allora è bene che ti affidi ad un professionista, in modo che tu possa affrontare la tua paura in modo veloce e rapido.

Da un lato l’ipocondria ai tempi del coronavirus è anche normale, ma da un altro punto di vista, se eccessiva è un problema che porta alla rovina e a perdere il controllo che tanto si cerca di mantenere.

Qualche approfondimento:

La paura delle malattie

Il Mio Approccio

Questa Paura Terrorizza

Questa Paura Terrorizza

Esiste una paura che terrorizza.

Avete presente quando vorreste fare qualcosa, ma vi bloccate, terrorizzati per mille ragioni, più una? Oppure quando evitate tutta una serie di situazione che potrebbero mettervi a rischio? oppure quando vi trovate con il cuore che pulsa a mille, un senso di agitazione che sale e l’incapacità di muovervi?

Questa è la paura, quella terrorizzante. Una paura che terrorizza.

Ci sono delle persone che hanno paura di prendere un aereo, di salire in ascensore, degli insetti, dei gatti, dei serpenti e anche dei piccioni (una paura molto diffusa, anche se tu hai fatto un sorrisetto).

Poi ci sono persone hanno paura di esporsi, di essere giudicati, di contrarre delle malattie, di rimanere da soli (se questo aggiungo un paragrafo), di non riuscire a controllare le proprie reazioni.

Ognuno di noi, in qualche modo subisce la propria paura. La realtà è che la Paura serve per proteggerci, per farci stare attenti, per evitare i pericoli, ma a volte le cose si complicano, anche le cose più piccole ci spaventano al punto di terrorizzarci, questo perché ogni volta che evitiamo di affrontare le nostre paure, queste diventano più grosse e minacciose, innescando un circolo vizioso: evito, la paura diventa più grande, evito ancora di più, la paura sempre più grande, e via così, all’infinito.

Gli antichi sumeri incidevano nella pietra:

LA PAURA GUARDATA IN FACCIA DIVENTA CORAGGIO, QUELLA EVITATA SI TRASFORMA IN TIMOR PANICO.

ANTICA INCISIONE SUMERA

L’unico modo che abbiamo per riuscire a evitare di essere succubi delle nostre paure è dato dall’affrontarle, facendo piccoli passi alla volta, in questo modo diventiamo noi più grandi fino a terrorizzare le nostre paure.

Ci sono però delle situazioni in cui le paure possono essere sane.

Nel momento in cui sto scrivendo queste righe, tutta Italia, ma anche il resto del mondo, sta vivendo una situazione molto particolare, un lockdown (tutto chiuso, tutti in quarantena) imposto dai governi e dall’organismo mondiale della sanità, per contenere la propagazione del contagio di un virus molto aggressivo, il SARS-COV-2.

Le misure di contenimento sono date dall’uscire il meno possibile e solo per necessità: lavoro, salute e provvigioni alimentari.

In studio (virtuale) l’altro giorno una paziente mi dice: ho persino paura di uscire a fare la spesa, potrei essere contagiata.

Questo atteggiamento, in questa situazione, è un atteggiamento sano, il rischio di essere contagiati è molto elevato, le complicazioni di un possibile contagio sono altrettanto alte, quindi essere spaventati, prendere precauzioni, evitare di esporsi sono meccanismi utili a preservarsi.

Se questa paura me l’avesse portata in un altro momento storico sarebbe stata una paura da ridimensionare, da affrontare.

Concludendo, dobbiamo affrontare le nostre paure, ma prima dobbiamo guardarle bene in faccia, capire se sono sane e utili, oppure sono invalidanti.

Indicazioni Bibliografiche:

Paura, Panico e Fobie

Articoli e approfondimenti:

Gestire le reazioni al terrorismo

Se pensi che tu abbia bisogno di parlare con qualcuno puoi contattarmi qui compilando il modulo che trovi, oppure scrivermi un mail da questo modulo.

Crescita Personale: Domande per Crescere

Crescita Personale: Domande per Crescere

Parleremo di crescita personale e di coaching. Molte volte vorremmo essere qualcun altro, dall’altra parte del mondo, con un altro lavoro, un altro stipendio, un’altra vita. Eppure siamo sempre qui.

Le difficoltà di solito sono legate al fatto che dal sogno o dall’idea, difficilmente si riesce a passare alla realizzazione. Cosa succede? Succede che non sappiamo esattamente cosa vorremmo essere, ma vediamo un pincopallino qualsiasi che fa qualcosa di diverso da noi, che sembra più figo di noi, più libero di noi, più realizzato di noi, e tutto quello che volete più di noi. Nella nostra mente scatta qualcosa: se lui può allora posso anche io, d’altronde tutti i fuffa guru ci dicono che Se Vuoi PUOI! non smetterò mai di criticare apertamente questa mentalità semplicistica.

Perché sono così critico? Semplicemente perché poi si dimenticano puntualmente di dire che però non è affatto semplice, non si può da oggi con domani, che non basta volerlo, che ti devi fare un c@πo come una casa, che devi sudare, sudare e sudare. Cioè devi fare FATICA.

Molto spesso mi capitano in studio ragazzi e ragazze, più o meno giovani, che vorrebbero realizzare i loro sogni, ma sono frustrati dalle difficoltà che incontrano, si sentono falliti, disperati e presi in giro dalla loro motivazione.

Il mio lavoro si articola quindi nel riuscire a porre le domande giuste, tra queste domande ce ne sono alcune che uso molto spesso, con ottimi risultati.

Ne scrivo qualcuna, che ho già inserito in un mio post su instagram dove parlo di Crescita Personale e di psicologia della performance.

Domande Strategiche di Crescita Personale

  1. Chi voglio essere tra 5 anni?
  2. Quali sono i passi che devo fare per arrivare là?
  3. Chi voglio essere tra un anno? ⠀
  4. Quali passaggi devo fare?
  5. Chi voglio essere alla fine della “quarantena”?
  6. Cosa posso fare in questo mese? ⠀
  7. Quali sono gli obbiettivi giornalieri?
  8. Da 0 a 10 quello che sto facendo oggi, quanto mi avvicina alla persona che vorrei essere tra 10 anni? ⠀

Prendete carta e penna e iniziate a scrivere, usate la scrittura, usate l’immaginazione.

Queste domande sono in ordine, da 1 a 8, non si possono fare al contrario o a caso, perché sono strutturate secondo la tecnica dello scalatore, tipico del modello di problem solving strategico.

Partendo dal nostro obiettivo finale, si definiscono i passaggi che dobbiamo compiere a ritroso, fino alla nostra situazione attuale. Questo ci porterà ad essere più efficaci nel definire la strada e raggiungere i nostri obiettivi in tempi brevi e rapidi.

In un mio vecchio articolo avevo segnato alcune idee per trasformare idee e propositi in casi di successo, clicca qui!

Riferimenti Bibliografici

Coaching a Distanza ai tempi del Coronavirus

Coaching a Distanza ai tempi del Coronavirus

Nella situazione in cui siamo oggi, costretti a stare a casa il più possibile penso sia utile parlare di come sia comunque possibile lavorare sul proprio benessere.

Inquadriamo e contestualizziamo la situazione: oggi, giorno un cui scrivo queste poche righe è il 10 marzo 2020, il Presidente del Consiglio Italiano attualmente è Conte, che ieri sera ha comunicato delle misure restrittive per tutto il territorio nazionale, misure che servono a contenere ed evitare il propagarsi del contagio dovuto al Coronavirus Covid-19, con il nome scientifico Sars-Cov-2.

Nel comunicato di Conte, che qui riporto in un articolo del corriere, si è invitati a stare il più possibile in casa, evitando di uscire, se non per comprovati motivi. qui l’articolo

Come psicologi siamo invitati a prediligere il più possibile l’attività online, vedere i clienti sì, ma online o a distanza.

Questo post nasce dalla voglia di condividere la mia esperienza, soprattutto per il coaching psicologico a distanza, che ormai applico da parecchio, con centinaia di casi seguiti.

Gli studi su efficacia ed efficienza delle terapie (piscoterapie, N.d.A.) online confermano il fatto che non esistono differenze con la modalità tradizionale, quello che differisce è la capacità di utilizzo del mezzo, e anche un certo mindset, da parte del professionista.

In questo articolo vorrei parlare per lo più di coaching, parola inglese, ormai abusata, ricordando, in primis, che il coaching è uno strumento tipico dello psicologo, che per la sua formazione e il suo percorso di studi è in grado di applicarlo, sapendo anche bene tutti i confini a cui stare, ma conoscendo anche degli strumenti in più per aiutare le persone a raggiungere i propri obiettivi.

Coach e coachee

Il coaching è questo: due persone, un coach e un coachee (professionista e cliente), un obiettivo definito da raggiungere, delle strategie da applicare, delle azioni da compiere, la verifica degli obiettivi raggiunti, il ricalibrare il proprio percorso.

Normalmente si lavora su come cambiare vita, migliorare la performance lavorativa, quella sportiva, i rapporti con gli altri, la propria autostima. Come vedete sono tematiche ad appannaggio degli psicologi, perché toccano delle corde personali che è bene farle toccare da chi sa cosa sta facendo.

Non andresti a farti operare al ginocchio dal macellaio, giusto? anche se sa cosa sono le giunture, le cartilagini e tutto il resto.

Come dicevo ho avuto centinaia di sessioni di coaching, la maggior parte a distanza (skype o telefono), raggiungendo gli obiettivi anche in tempi brevi e più efficienti.

Il fatto che sia a distanza è utile per tutti, non c’è lo spostamento fino allo studio, sei nel luogo a te più congeniale e nel modo che più ti sembra comodo, in più è più conveniente (io ho una tariffa migliore per le sessioni on line, non dovendo pagare studi, ecc.), ma, soprattutto, se fai delle sessioni di coaching con uno psicologo puoi dedurre il 19% delle spese dalle tasse come prestazione sanitaria.

In questi giorni di trambusto, dobbiamo stare a casa, ma non dobbiamo stare fermi, se hai degli obiettivi su cui lavorare da tempo, vuoi essere seguito da un professionista per massimizzare il risultato in breve tempo, allora è l momento giusto per farlo, ma soprattutto devi avere un sacco di voglia di metterti in gioco e perdere per un attimo l’equilibrio.

“Se vuoi essere il migliore devi fare quelle cose che gli altri non vogliono fare.”

Michael Phelps

Se ti interessa capire alla base cosa c’è leggi il mio articolo precedente, lo trovi qui: KAIZEN

In questo articolo trovi un approfondimento di cosa è il coaching e cosa non è, con tanto di bibliografia utile.

Qui trovi un’intervista al mio professore Giorgio Nardone su cosa è il COACHING STRATEGICO

Metodo Kaizen

Metodo Kaizen

Parola giapponese creato dopo la seconda guerra mondiale, in ambito business, dalla Toyota, Composta di due ideogrammi:

KAI ? Cambiamento

ZEN ? Migliore

Il significato è CAMBIAMENTO CONTINUO.

Nella psicologia e nel coaching entra in tempo più recenti, partendo dalla ruota di Deming o ciclo PDCA (dedicherò un post a riguardo).

Il concetto che è dietro è un dei concetti che amo di più: miglioramento passo dopo passo, piccoli passi alla volta.

Molte volte mi capita di vedere guru o fuffa coach promettere risultati in tempi ultra rapidi: “bastano due ore e sei già diventato chi volevi essere”.

Voi penserete: ma tu non usi un approccio breve? Ma non sei quello che dice che il cambiamento può essere rapido?

Sì, sono io! Ma lasciate che vi spieghi: per far crollare un palazzo, mettendo le cariche esplosive nei punti giusti ci vuole poco! Metti le cariche, schiacci un bottone e Boom ?! Viene giù tutto. Poi però il palazzo va ricostruito, più forte e resistente di prima.

Quindi per sbloccare un problema ci può volere anche poco, ma per consolidare serve del tempo.

? questo è un lavoro ben fatto, con un professionista:

✅si innesca il cambiamento

✅si viene guidati a trovare le risorse giuste dentro di sé

✅ si viene guidati a fare esperienze ristrutturanti

✅ si costruisce un “nuovo palazzo” più robusto e sano di prima

Questo facendo piccoli passi, prima con il supporto di un esperto, poi da soli.

? questo è KAIZEN

Nella psicologia della performance e dello sport, tanti modelli prendono spunto proprio dal metodo Kaizen, proprio per la sua semplice utilità ad alto impatto di efficacia.

In sostanza ogni buon performer deve analizzare la sua situazione e compiere dei piccoli miglioramenti costanti e quotidiani. Tali miglioramenti lo porteranno da un punto A ad un Punto B, cioè, da dove sono ora a dove saranno poi.

Mi capita spesso di lavorare con dei clienti che hanno questo approccio alla vita, hanno tutti una caratteristica comune, sembrano non accontentarsi mai di ciò che ottengono, ma questo apre le porte ad aspetti in controtendenza.

Qualche anno fa, a Tokyo, chiacchieravo con Yoshi-San, una Local Guide, prossimo alla pensione e manager di una multinazionale giapponese. Cercavo di capire come la filosofia Kaizen fosse mutata negli anni, con l’avvento della globalizzazione dei mercati, della frenesia aumentata della vita e di tutte le rivoluzioni silenziose che ci sono state. Ricordo che Yoshi mi disse una cosa che mi lasciò a bocca aperta, un po’ perché pensavo al kaizen come il bene assoluto e un po’ perché non mi aspettavo di trovare un fantozzi Giapponese. Quello che mi disse suonava come: Il kaizen è una ca**ta pazzesca!.

Mi raccontò di come i manager erano divisi in 3 categorie:

  • quelli che lavoravano senza strafare, 8-18
  • quelli che volevano fare un po’ di carriera, 8-21
  • quelli che volevano fare carriera in fretta, 8-24

Quei numeri di fianco sono gli orari di entrata e di uscita.

Mi raccontò anche che molti, poi, vivendo in città da soli, finito di lavorare si infilano nella Izakaya, le birrerie con cucina, a ubriacarsi prima di tornare a casa. Molti poi, cadono in forti depressioni dovute al Work Alcoholism, Dipendenza da lavoro.

Alcuni Libri utili a questo:

Lo studente impantanato

Lo studente impantanato

Ci sono dei problemi che appaiono insormontabili, irrisolvibili. In realtà un problema che dura da anni, non ha bisogno di anni di soluzione.

“Tutto ciò che può essere fatto con poco, invano viene fatto con molto.” – Occam. Sono stato contattato da diversi studenti universitari. Bloccati a pochi esami dalla tesi, altro proprio sulla tesi. Ovviamente certi blocchi non ci sono da pochi giorni o settimane. Certi blocchi durano da anni. Sono dentro. Viscerali.

Infanganti in situazioni dove ti sembra di vedere tutto impastato, impossibile da fuggire. Questo è il primo autoinganno.

AUTOINGANNO

Di solito cerco di capire cosa tiene vivo il problema. Perché non è mio compito trovarne la causa. Purtroppo non ho formule magiche che risolvano il problema, si deve lavorarci su un po’.

Pensare che l’unica cosa che possa aiutare a risolvere il nostro problema sia qualcosa di magico, che il nostro problema con lo studio, la motivazione, la disciplina, ecc. sia così difficile da risolvere, se non con la magia è il secondo

AUTOINGANNO

La verità è che ogni problema simile nella forma è diverso nel contenuto, diverso nella persona che lo percepisce. Quando si cerca di risolverlo con metodi che hanno usato altri che hanno avuto un problema simile, in realtà si sta alimentando il mostricciattolo del problema, che vive e si rafforza proprio grazie ai vani tentativi di risoluzione. terzo autoinganno.

AUTOINGANNO

Per riuscire a superare il vostro problema è necessario un piano personalizzato, vi fa risparmiare tempo e fatica, ma questo vale in qualsiasi ambito.

ESEMPIO.

Diversi studenti bloccati con la tesi, chi alla prima pagina, chi al primo capitolo, chi alla consegna, ecc..

Secondo una logica lineare saremmo portati a pensare: STESSO PROBLEMA -> STESSA SOLUZIONE. Niente sarebbe più SBAGLIATO!

Quello che vediamo noi è solo la parte più visibile del problema, la nostra punta dell’iceberg. Non riusciamo a capire cosa lo tiene vivo.

Per esempio, nel nostro caso di blocco alla tesi, potrebbe esserci un perfezionismo estremo che innescherebbe un circolo vizioso: Non presenterò mai una tesi che non ritengo perfetta, ma non sarà mai abbastanza perfetta come nella mia mente. La conseguenza: SMETTO DI SCRIVERLA.

Oppure il blocco è generato da non riuscire più a provare il piacere nell’apprendimento, nella scrittura, ma tutto è vissuto come un dovere, una punizione infernale, per cui alla fine SMETTO DI SCRIVERLA.

Due esempi, medesimi epiloghi, diversi problemi.

 

Effetto Pigmalione, e i suoi derivati

Effetto Pigmalione, e i suoi derivati

Chi era Pigmalione? un tizio, Ovidio lo presenta come un artista, mentre Arnobio lo farebbe collocare come il sovrano di Cipro. Ma non per questi fatti è ricordato, piuttosto per altro.

Andiamo con ordine.

/pig·ma·lió·ne/
LETT.
sostantivo maschile
Persona che scopre e valorizza le doti di un giovane, trasformandolo in una personalità raffinata e di successo.
“quel regista è stato il suo pigmalione”

Questa una definizione da dizionario, quindi un pigmalione è qualcuno che trova nell’altro le qualità, dei punti di forza e li esalta. Per fare questo il pigmalione si deve fare un’idea sommaria e parziale, un’idea a prima vista, della persona che ha di fronte, deve basarsi, quindi, sulla famosa prima impressione.

“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dai difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto.” Ovidio, Le Metamorfosi (vv. 243-297)

Cosa succede dopo? deluso dalla realtà che vede Pigmalione costruisce una statua e se ne innamora, riversando su di lei tutte le qualità che ricerca, estraniandosi da tutto e rifuggendo in una invenzione fantastica, congiungendosi con lei.

Ma che ha a che vedere con la scuola, il lavoro, la prestazione e tutti i temi di cui trattiamo qui? ora cercherò di spiegarlo.

Prima di tutto l’effetto Pigmalione è un famoso effetto psicologico, detto anche effetto Rosenthal, studiato da un certo Rosenthal (appunto, nda) in un contesto scolastico: decise che 20 soggetti, studenti, presi a caso su tutti gli allievi, fossero i più intelligenti, si inventò, pertanto, di aver condotto dei test e lo comunicò al corpo docente. Dopo un anno i docenti tornarono da lui e gli chiesero come avesse fatto a beccare davvero i più intelligenti di tutto l’istituto, dovette ammettere che era tutto fatto a casaccio, sfruttando quello che è una tendenza tipicamente umana: il labelling, l’etichettatura.

Il contrappasso di questo esperimento fu che dovette anche dire, per avvalorare la propria falsa profezia iniziale, che ce ne erano una ventina insufficientemente intelligenti, vi lascio immaginare come andò la storia per loro.

Il concetto alla base dell’effetto pigmalione è proprio questo: se penso che una persona sia valida, o scarsa, lo sarà nelle conseguenze. Un insegnante che etichetta uno studente come scarso, sarà sempre valutato in questo modo, indipendentemente da come si comporterà il ragazzo, innescando un effetto paradosso (Watzlawick e Nardone): più il ragazzo verrà confermato scarso meno cercherà di dimostrare il contrario, sapendo che è una battaglia persa, più riconfermerà l’impressione dell’insegnante.

Dato che gli insegnanti non sono sempre cattivi, succede anche da parte degli studenti: quelli che ritengono gli insegnanti più “cattivi” ed esigenti meno si impegneranno, facendo poi diventare davvero cattivi gli insegnanti.

Succede anche sul lavoro, quando i recruiter si fermano sulla prima impressione, quando il capo ti ha etichettato, e così via.

A tutto ciò ci sono conseguenze, oltre a quelle che abbiamo menzionato prima.

Un insegnante che ha in classe un ragazzo “bullo” (un’altra etichetta) che fatica a far stare dentro nelle regole, si predisporrà mentalmente a gestire FATICOSAMENTE la situazione, ma questa fatica trasparirà, sarà indirizzata in malo modo verso il ragazzo, che reagirà esattamente al contrario di come vorremmo che agisse; inoltre l’insegnante non si sentirebbe supportato dalla direzione, dalla scuola e dai colleghi, vivrebbe male il suo insegnare, sapendo che da un momento all’altro il bullo interromperà nuovamente la lezione, si sentirebbe frustato, andrebbe in burn-out. Cioè innescherebbe una vera e propria spirale infernale. 

Se sei un insegnante, compila questo questionario di Autoefficacia personale nell’attività di insegnamento, aiuti me e altri colleghi a fare una ricerca.

Uno studente che etichetta l’esame o il professore, allo stesso modo, inizierà a farsi dei film mentali su quanto difficile sia passare l’esame o prendere una sufficienza con quel professore, non riuscirà a ottenere il successo desiderato e costruirà un mito, una leggenda, del suo peggiore incubo, alimentandola sempre di più. Capita anche a quegli studenti che non riescono a passare l’esame una volta, poi due, poi tre e alla fine diventa un monolite impossibile da superare.

Concludendo, per uscire da questo effetto di labelling, e quindi per evitare di farci delle false aspettative, in positivo o in negativo, sarebbe utile diventare un po’ antropologi, studiando bene le persone che abbiamo davanti, che siano studenti o professori, trovando aspetti positivi e punti in comune con noi.

Ricordando come affermava Thomas:

“quando gli uomini definiscono una situazione come reale, essa lo diventa nelle sue conseguenze”

Alcune strategie utili a interrompere questi circoli viziosi sono: il cercare di interrompere le aspettative, per riuscire a farlo però, serve crearne altre più forti. Ecco la tecnica paradossale! Quello che c’è da fare è da immaginare la situazione come se fosse idilliaca. Utilizzando quello che il filosofo Heinz Vaihinger (1911) ipotizzò, ma che il buon Paul Watzlawick riprese e adattò come strategia di intervento paradossale in terapia strategica.

Come funziona:

Prendi la situazione problematica che vedi, o il ragazzino difficile in classe o il professore cattivo, comportati come se fosse una situazione idilliaca, senza il problema, cioè di immaginare di avere appena conosciuto lo studente, di avere appena iniziato ad approcciare quell’esame, di avere appena visto il professore per la prima volta. Il comportarsi come se porta a vedere le cose come se e quindi a ricreare un’esperienza emozionale correttiva (Alexander, 1946). Quindi a rendere reale la situazione voluta, non più quella temuta, ribaltando la profezia che si autorealizza in positivo.

Un libro interessante sul tema della profezia che si autorealizza è scritto da un amico, dr. Davide Lo Presti, un libro che consiglio a tutti:

La profezia che si autorealizza. Il potere delle aspettative di creare la realtà.

Per qualsiasi cosa non esitare a scrivermi, commentare e condividere.

Ciao

Carlo

Over Studying

Over Studying

Io ho sempre studiato poco e male. Ecco perché ho iniziato a interessarmi di tecniche di studio, di meta-cognizione, di successo scolastico: perché io ho fatto grossi errori, ma posso aiutare qualcuno a fare errori migliori!

Ricordo che al liceo mi riducevo all’ultimo. I primi anni di università uguale, ma con un metodo non adatto a me. Per 5 anni sono stato iscritto a ingegneria aerospaziale, una materia sono riuscito a darla 18 volte. Un anno ho studiato solo quella materia lì, giornate intere, ma nulla. Poi ho cambiato tutto. Ho deciso di ricominciare da capo, probabilmente sono fuggito, mi sono arreso, ma nella mia testa non l’ho vissuta così: non è stata una fuga, ma consapevolezza, non mi sono arreso, ma ho cambiato la tattica di battaglia. Ma questa è tutt’altra storia.

In quell’anno di studio intenso ho capito una cosa: non è utile arrivare all’ultimo e dare tutto, ma è ancora più inutile studiare tantissimo, senza pause. Io questo lo chiamo over studying. Avviene quando non hai vita sociale, ogni impegno extra universitario sparisce, tu sparisci. Vivi, mangi, dormi, fai caccotta col libro, appunti e tutto quello che ti serve.

Ma verso gli ultimi 2 giorni, 48 ore, 2880 minuti, 86400 secondi, 8,64e+13 nano secondi (qui mi è rimasta un po’ ingegneria) ti rendi conto che non ricordi un solo concetto, anche solo uno per dire giusto quello, qualsiasi domanda il prof faccia.

Ma è incredibile come in momenti come questi ci si renda conto che più si studia, meno si apprende.

L’apprendimento, e la conoscenza, passano dai piedi

In un articolo di qualche settimana fa spiegavo la tecnica del pomodoro, ma è solo una piccola tecnica.

Si può studiare meglio, studiando meno? no, non si può. SI DEVE!

Ma come si fa? La meta-cognizione ci viene in aiuto.

Cos’è la meta-cognizione? è il sapere come funzioniamo, o meglio, come funzionano i nostri processi cognitivi. Quindi è la cognizione della cognizione, il pensiero del pensiero.

Sapere che se noi leggiamo, leggiamo, non assimiliamo potrebbe esserci utile.. Sapere che se qualcuno ci fa uno bello spiegone a noi non rimane nulla, potrebbe essere un bel vantaggio.

Come sottolinei? cosa sottolinei? quanto sottolinei? Io so che se dovessi evidenziare una pagina la evidenzierei tutta, intera. Perché lo faccio leggendola.

Sapere come funzione il nostro stile di apprendimento ci permette di ottimizzare i nostri tempi, quindi di impiegare meglio quello che abbiamo a disposizione.

Qualche giorno fa un ragazzo mi ha scritto che tutti i suoi colleghi di corso studiano un sacco, ore ininterrotte, poi portano a casa ottimi voti, mentre lui prende voti più bassi, tra il 25 e il 28 (che sono ottimi voti anche questi, nda), ma studia molto meno. Lo diceva come se fosse sbagliato, come se lui dovesse stare ore ininterrotte a studiare, non è così.

Se applicassimo una logica matematica pura: 10 ore al giorno per 10 giorni di studio sono un totale di 100 ore di studio, per prendere un voto x compreso tra 28 e 30, mentre per 2 ore al giorno per 5 giorni riesce ad ottenere un voto compreso tra 25 e 28.

Chi ha sfruttato meglio il proprio potenziale? Chi ha trovato le strategie migliori? Se ci fermassimo solo su questione del risultato, quindi il voto, diremmo il primo caso. Ma analizzando bene, una performance ha una sua complessità insita, soprattutto in quel momento che definisco “il momento di massima prestazione”, cioè quando sei seduto davanti al professore, quando ti presenta la prima domanda, quando tu lì ti giochi tutto.

A riprova di ciò, ho altri che mi contattano dicendo: io studio, studio, studio, 10-12 ore al giorno, ma poi arrivo all’esame e non riesco a prendere il voto che vorrei. E qui abbiamo la conferma di ciò che dicevamo prima: più ci metti, più il rischio di fallire è alto.

Come sfruttare tutto ciò? Iniziando a capire come apprendete, qual è il vostro stile di apprendimento.

A tal proposito, qui ho creato un questionario: Questionario stili di apprendimento per me utile per una ricerca che sto conducendo, per voi utile perché dai risultati uscirà il vostro stile di apprendimento predominante, in più vi scriverò personalmente per darvi restituzione.

Quindi siete universitari bloccati? genitori preoccupati? volete studiare meglio?

Scrivetemi

Ciao, a Lunedì Prossimo!

 

 

Candidature, CV e cose da dire

Candidature, CV e cose da dire

Anche i Recruiters hanno dei sentimenti

Ho appena concluso una chiamata. Era una telefonata per conto di un mio cliente per cui sto seguendo la ricerca e la selezione di alcune figure.

Le fasi di lavoro sono normalmente queste: definizione delle figura ricercate, pubblicazione di annunci, screening dei curricula, scelta di una buona rosa di candidati, contatto telefonico con quelli scelti per fissare un primo colloquio conoscitivo.

Le telefonate non vanno sempre come ci si aspetta, ma ci si può fare un’idea, ma alcune sono proprio dei fulmini a ciel sereno, come questa. Contatto questo giovane motivato, con buone esperienze, con un profilo in linea con la nostra ricerca.

Mi risponde, mi identifico, gli dico che chiamo per il suo cv, che il profilo è interessante, che saremmo interessati a fissare un colloquio. Mi sbalordisce con una richiesta: ma che lavoro è?

respiro, conto fino a 10, rispondo come era scritto nell’annuncio, mi incalza, part-time o full-time, rispondo che stiamo facendo diverse valutazioni e che siamo alla ricerca di diverse figure, ma che sono tutti argomenti da affrontare in sede di colloquio. Il colpo finale arriva quando dall’altra parte mi dice: ma voi quale bar siete, perché ho mandato così tanti curricula.

Fatico a trattenermi, io capisco che una persona possa mandare tanti cv in giro e che poi chi ti chiama non sai chi sia, infatti mi presento, dico per quale azienda lavoro e cerco di ricordarti che curriculum hai inviato.

Ma mi hai ferito al cuore, sappilo. Noi vogliamo sentirci unici, se hai mandato il tuo cv a noi (ai clienti che rappresentiamo) non vogliamo sapere che lo hai mandato anche alla concorrenza!

Cosa Dire!

Le basi: un numero sconosciuto che ti chiama, nel momento che stai cercando lavoro (dato che mandi i cv in giro), probabilmente è qualche recruiter che sta cercando di contattarti per un lavoro, può capitare che non riesci a rispondere, magari chiama a tua volta.

Mi è capitato di chiamare anche un paio di volte un candidato (eccesso di zelo da parte mia) e di non trovare mai nessuno, ma neanche che venissi richiamato. Questo fa scattare il rifiuto.

Cerca di ricordare dove hai mandato i cv, che quando ti chiamiamo vogliamo sentirci pensati, bramati, attesi..

Quando rispondi al telefono, magari stai dormendo, magari stai mangiando, magari sei in una situazione indelicata, cioè, se proprio non fosse un buon momento, prendi il messaggio, pianifica un altro appuntamento telefonico, dicendo che non è un buon momento, ma non essere scazzato. Sempre perché quando ti chiamiamo vogliamo sentirci pensati, bramati, attesi..

Non mi dire le posso dare conferma dell’appuntamento per il colloqui il giorno prima? Non si fa.. perché quando ti chiamiamo vogliamo sentirci pensati, bramati, attesi..

è un po’ scherzoso, ovviamente fin qui, ma, come diceva Freud: “con lo scherzo si dice la verità!”

Curriculum

Negli ultimi 3 giorni ho visto una 60ina di cv, più tutti quelli nella mia vita. Due piccole dritte per buttarlo giù bene, almeno quelle cose che io vado a vedere:

  • data di nascita: voglio vedere se sei giovane, se hai esperienza, sapere in che periodo sei nato posso iniziare a farmi un’idea della generazione a cui appartieni, quindi a riferirmi a tutta quella scienza del marketing generazionale: se sei un giovane millenials io so che hai dei valori diversi da quelli di un membro della generazione x. e via così.
  • date esperienze : Ogni esperienza deve essere accompagnata dalla data di inizio e di fine, se proprio non ricordi i giorni esatti metti i mesi, ma non mettere gli anni.. se fai dal 31/12/2019 al 3/1/2019 hai 3 giorni di esperienza, non un mese (se metti solo i mesi), né, tanto meno, 1 anno (nel caso tu decida di mettere solo gli anni) sono cose che poi vengono fuori..
  • esperienze significative: se ti candidi come barista non mi mettere le tue esperienze da ingegnere. Che qui ci sarebbe da fare un percorso serio di coaching per capire cosa vuoi ottenere per passare da ingegnere a barista (nel caso tu sia in questa situazione, per favore, chiamami posso aiutarti a focalizzare meglio la tua strada). Quando ne trovo di situazioni come queste mi sento quasi in dovere di chiamare per aiutare, ma poi penso a chi mi paga, all’obiettivo che ho concordato col cliente e allora demordo. Tornando al cv, metti solo le cose che servono per il cv e per quel posto, ti stai candidando come barista? tutte le volte che hai fatto un caffè, lavorato in un bar (anche quello dell’oratorio), tutto quello che può essere congruo.
  • significative competenze trasversali (soft skills): “ottime doti relazionali acquisite nel mio percorso di studio” non vuol dire nulla! Vai dai tuoi amici, genitori, parenti e nemici (questi soprattutto) e chiedi: mi dici che qualità ho? quali sono i miei pregi? quali i miei difetti? e vi annotate tutto! TUTTO. Perché i difetti potrebbero essere ottime risorse, lavorativamente parlando.
  • hobbies: cosa vi piace fare nel tempo libero? il tempo libero è sacro, siate fieri di quel che fate! potrebbero nascondersi delle intere qualità utili al lavoro!

 

Infine, se proprio non riusciste a presentarvi, AVVISATE.