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Categoria: motivazione

Voglio cambiare Vita!

Voglio cambiare Vita!

In questi giorni mi stanno arrivando molti messaggi da alcune persone che mi seguono con questa convinzione: VOGLIO CAMBIARE VITA! Come se molti fossero sul ciglio del burrone e dovessero cambiare rotta.

Cosa sta succedendo? Come mai così tante persone vogliono cambiare vita, stanno progettando dei cambiamenti?

Questa è la domanda che mi sono posto, sin dall’inizio; ho così iniziato a chiedere ad altri colleghi, a sondare un po’ il terreno in diversi punti, per capire come stessero le cose.

Effetti della quarantena: la sindrome della capanna

Mi sono imbattuto in tanti studi e ricerche che riportavano la sindrome della capanna come il sentimento più comune in questo momento, ma andiamo a vedere da vicino cosa sia.

La sindrome della capanna, anche conosciuta con il nome di sindrome del prigioniero, è la spiegazione degli studiosi ad una una serie di comportamenti e atteggiamenti.

Sembra sia stata studiata nei primi anni del ‘900, analizzando i comportamenti dei ricercatori di oro, che, costretti a vivere isolati nelle capanne per lunghi periodi e dovendo difendere i propri territori, per evitare che rivali e concorrenti si appropriassero delle loro pepite, alternavano sentimenti di solitudine a momenti di paura e ansia, con atteggiamenti aggressivi.

Una possibile spiegazione a quello che sta avvenendo ora

La sindrome della capanna è una possibile spiegazione a quello che sta avvenendo in questo momento di ripresa post covid, dove la paura del contagio è ancora alle porte, ma c’è la voglia di riprendere una certa socialità, bloccata da alcune paure e ansie, sentimenti di scarsa fiducia nell’altro e voglia di ritornare a rintanarsi.

La voglia di cambiare vita

La fase 1 di lockdown ha funzionato nelle nostre menti come un grande microscopio che ha messo in luce diversi aspetti delle nostre vite, che ci ha fatto riprendere in mano le nostre priorità, affrontare alcune questioni che riuscivamo sempre a rimandare, ma, soprattutto, a farci rimettere al centro della nostra vita.

Ci ha Riposizionato le nostre Priorità.

Quello che sembrava prioritario ha smesso di essere tale, ma alcuni bisogni hanno iniziato a emergere maggiormente, bisogni che fino a qualche tempo fa erano lasciati andare.

Non ci siamo mai preoccupati troppo di fare la spesa, ma ora era una guerra, non ci siamo mai preoccupati troppo del lavoro, ma ora abbiamo assaggiato lo stare senza, non ci siamo mai posti il dubbio che stavamo dando troppo senza un ritorno commisurato, ma ora non siamo più disposti a sacrificare la nostra vita, così come non siamo mai stati attenti alle ore che impiegavamo nei tragitti casa-lavoro, ma ora abbiamo goduto di quei ritmi più lenti, più a nostra misura.

Come capire le nostre priorità

Cosa è importante per noi? cosa deve essere in cima alle nostre priorità?

Vi voglio dare un punto di vista strategico: se volete capire quali sono le cose che occupano le vostre priorità, ponetevi queste domande:

Se avessi un solo anno da vivere, cosa continuerei a fare? Cosa sarebbe così importante per me da non poterlo interrompere?

Questo è l’elenco delle cose da cui dovreste ripartire per costruire il vostro nuovo essere, quello che vi rende davvero felici.

Se vuoi focalizzare meglio il tuo percorso di cambiamento puoi chiedere il mio aiuto, perché ogni cambiamento è accompagnato da grandi resistenze al cambiamento. Parliamone insieme: clicca qui https://carlomassarutto.it/

Se vuoi conoscere meglio la sindrome della capanna: https://www.internazionale.it/notizie/annalisa-camilli/2020/05/20/paura-uscire-covid

Crescita Personale: Domande per Crescere

Crescita Personale: Domande per Crescere

Parleremo di crescita personale e di coaching. Molte volte vorremmo essere qualcun altro, dall’altra parte del mondo, con un altro lavoro, un altro stipendio, un’altra vita. Eppure siamo sempre qui.

Le difficoltà di solito sono legate al fatto che dal sogno o dall’idea, difficilmente si riesce a passare alla realizzazione. Cosa succede? Succede che non sappiamo esattamente cosa vorremmo essere, ma vediamo un pincopallino qualsiasi che fa qualcosa di diverso da noi, che sembra più figo di noi, più libero di noi, più realizzato di noi, e tutto quello che volete più di noi. Nella nostra mente scatta qualcosa: se lui può allora posso anche io, d’altronde tutti i fuffa guru ci dicono che Se Vuoi PUOI! non smetterò mai di criticare apertamente questa mentalità semplicistica.

Perché sono così critico? Semplicemente perché poi si dimenticano puntualmente di dire che però non è affatto semplice, non si può da oggi con domani, che non basta volerlo, che ti devi fare un c@πo come una casa, che devi sudare, sudare e sudare. Cioè devi fare FATICA.

Molto spesso mi capitano in studio ragazzi e ragazze, più o meno giovani, che vorrebbero realizzare i loro sogni, ma sono frustrati dalle difficoltà che incontrano, si sentono falliti, disperati e presi in giro dalla loro motivazione.

Il mio lavoro si articola quindi nel riuscire a porre le domande giuste, tra queste domande ce ne sono alcune che uso molto spesso, con ottimi risultati.

Ne scrivo qualcuna, che ho già inserito in un mio post su instagram dove parlo di Crescita Personale e di psicologia della performance.

Domande Strategiche di Crescita Personale

  1. Chi voglio essere tra 5 anni?
  2. Quali sono i passi che devo fare per arrivare là?
  3. Chi voglio essere tra un anno? ⠀
  4. Quali passaggi devo fare?
  5. Chi voglio essere alla fine della “quarantena”?
  6. Cosa posso fare in questo mese? ⠀
  7. Quali sono gli obbiettivi giornalieri?
  8. Da 0 a 10 quello che sto facendo oggi, quanto mi avvicina alla persona che vorrei essere tra 10 anni? ⠀

Prendete carta e penna e iniziate a scrivere, usate la scrittura, usate l’immaginazione.

Queste domande sono in ordine, da 1 a 8, non si possono fare al contrario o a caso, perché sono strutturate secondo la tecnica dello scalatore, tipico del modello di problem solving strategico.

Partendo dal nostro obiettivo finale, si definiscono i passaggi che dobbiamo compiere a ritroso, fino alla nostra situazione attuale. Questo ci porterà ad essere più efficaci nel definire la strada e raggiungere i nostri obiettivi in tempi brevi e rapidi.

In un mio vecchio articolo avevo segnato alcune idee per trasformare idee e propositi in casi di successo, clicca qui!

Riferimenti Bibliografici

Coaching a Distanza ai tempi del Coronavirus

Coaching a Distanza ai tempi del Coronavirus

Nella situazione in cui siamo oggi, costretti a stare a casa il più possibile penso sia utile parlare di come sia comunque possibile lavorare sul proprio benessere.

Inquadriamo e contestualizziamo la situazione: oggi, giorno un cui scrivo queste poche righe è il 10 marzo 2020, il Presidente del Consiglio Italiano attualmente è Conte, che ieri sera ha comunicato delle misure restrittive per tutto il territorio nazionale, misure che servono a contenere ed evitare il propagarsi del contagio dovuto al Coronavirus Covid-19, con il nome scientifico Sars-Cov-2.

Nel comunicato di Conte, che qui riporto in un articolo del corriere, si è invitati a stare il più possibile in casa, evitando di uscire, se non per comprovati motivi. qui l’articolo

Come psicologi siamo invitati a prediligere il più possibile l’attività online, vedere i clienti sì, ma online o a distanza.

Questo post nasce dalla voglia di condividere la mia esperienza, soprattutto per il coaching psicologico a distanza, che ormai applico da parecchio, con centinaia di casi seguiti.

Gli studi su efficacia ed efficienza delle terapie (piscoterapie, N.d.A.) online confermano il fatto che non esistono differenze con la modalità tradizionale, quello che differisce è la capacità di utilizzo del mezzo, e anche un certo mindset, da parte del professionista.

In questo articolo vorrei parlare per lo più di coaching, parola inglese, ormai abusata, ricordando, in primis, che il coaching è uno strumento tipico dello psicologo, che per la sua formazione e il suo percorso di studi è in grado di applicarlo, sapendo anche bene tutti i confini a cui stare, ma conoscendo anche degli strumenti in più per aiutare le persone a raggiungere i propri obiettivi.

Coach e coachee

Il coaching è questo: due persone, un coach e un coachee (professionista e cliente), un obiettivo definito da raggiungere, delle strategie da applicare, delle azioni da compiere, la verifica degli obiettivi raggiunti, il ricalibrare il proprio percorso.

Normalmente si lavora su come cambiare vita, migliorare la performance lavorativa, quella sportiva, i rapporti con gli altri, la propria autostima. Come vedete sono tematiche ad appannaggio degli psicologi, perché toccano delle corde personali che è bene farle toccare da chi sa cosa sta facendo.

Non andresti a farti operare al ginocchio dal macellaio, giusto? anche se sa cosa sono le giunture, le cartilagini e tutto il resto.

Come dicevo ho avuto centinaia di sessioni di coaching, la maggior parte a distanza (skype o telefono), raggiungendo gli obiettivi anche in tempi brevi e più efficienti.

Il fatto che sia a distanza è utile per tutti, non c’è lo spostamento fino allo studio, sei nel luogo a te più congeniale e nel modo che più ti sembra comodo, in più è più conveniente (io ho una tariffa migliore per le sessioni on line, non dovendo pagare studi, ecc.), ma, soprattutto, se fai delle sessioni di coaching con uno psicologo puoi dedurre il 19% delle spese dalle tasse come prestazione sanitaria.

In questi giorni di trambusto, dobbiamo stare a casa, ma non dobbiamo stare fermi, se hai degli obiettivi su cui lavorare da tempo, vuoi essere seguito da un professionista per massimizzare il risultato in breve tempo, allora è l momento giusto per farlo, ma soprattutto devi avere un sacco di voglia di metterti in gioco e perdere per un attimo l’equilibrio.

“Se vuoi essere il migliore devi fare quelle cose che gli altri non vogliono fare.”

Michael Phelps

Se ti interessa capire alla base cosa c’è leggi il mio articolo precedente, lo trovi qui: KAIZEN

In questo articolo trovi un approfondimento di cosa è il coaching e cosa non è, con tanto di bibliografia utile.

Qui trovi un’intervista al mio professore Giorgio Nardone su cosa è il COACHING STRATEGICO

Lo studente impantanato

Lo studente impantanato

Ci sono dei problemi che appaiono insormontabili, irrisolvibili. In realtà un problema che dura da anni, non ha bisogno di anni di soluzione.

“Tutto ciò che può essere fatto con poco, invano viene fatto con molto.” – Occam. Sono stato contattato da diversi studenti universitari. Bloccati a pochi esami dalla tesi, altro proprio sulla tesi. Ovviamente certi blocchi non ci sono da pochi giorni o settimane. Certi blocchi durano da anni. Sono dentro. Viscerali.

Infanganti in situazioni dove ti sembra di vedere tutto impastato, impossibile da fuggire. Questo è il primo autoinganno.

AUTOINGANNO

Di solito cerco di capire cosa tiene vivo il problema. Perché non è mio compito trovarne la causa. Purtroppo non ho formule magiche che risolvano il problema, si deve lavorarci su un po’.

Pensare che l’unica cosa che possa aiutare a risolvere il nostro problema sia qualcosa di magico, che il nostro problema con lo studio, la motivazione, la disciplina, ecc. sia così difficile da risolvere, se non con la magia è il secondo

AUTOINGANNO

La verità è che ogni problema simile nella forma è diverso nel contenuto, diverso nella persona che lo percepisce. Quando si cerca di risolverlo con metodi che hanno usato altri che hanno avuto un problema simile, in realtà si sta alimentando il mostricciattolo del problema, che vive e si rafforza proprio grazie ai vani tentativi di risoluzione. terzo autoinganno.

AUTOINGANNO

Per riuscire a superare il vostro problema è necessario un piano personalizzato, vi fa risparmiare tempo e fatica, ma questo vale in qualsiasi ambito.

ESEMPIO.

Diversi studenti bloccati con la tesi, chi alla prima pagina, chi al primo capitolo, chi alla consegna, ecc..

Secondo una logica lineare saremmo portati a pensare: STESSO PROBLEMA -> STESSA SOLUZIONE. Niente sarebbe più SBAGLIATO!

Quello che vediamo noi è solo la parte più visibile del problema, la nostra punta dell’iceberg. Non riusciamo a capire cosa lo tiene vivo.

Per esempio, nel nostro caso di blocco alla tesi, potrebbe esserci un perfezionismo estremo che innescherebbe un circolo vizioso: Non presenterò mai una tesi che non ritengo perfetta, ma non sarà mai abbastanza perfetta come nella mia mente. La conseguenza: SMETTO DI SCRIVERLA.

Oppure il blocco è generato da non riuscire più a provare il piacere nell’apprendimento, nella scrittura, ma tutto è vissuto come un dovere, una punizione infernale, per cui alla fine SMETTO DI SCRIVERLA.

Due esempi, medesimi epiloghi, diversi problemi.

 

Effetto Pigmalione, e i suoi derivati

Effetto Pigmalione, e i suoi derivati

Chi era Pigmalione? un tizio, Ovidio lo presenta come un artista, mentre Arnobio lo farebbe collocare come il sovrano di Cipro. Ma non per questi fatti è ricordato, piuttosto per altro.

Andiamo con ordine.

/pig·ma·lió·ne/
LETT.
sostantivo maschile
Persona che scopre e valorizza le doti di un giovane, trasformandolo in una personalità raffinata e di successo.
“quel regista è stato il suo pigmalione”

Questa una definizione da dizionario, quindi un pigmalione è qualcuno che trova nell’altro le qualità, dei punti di forza e li esalta. Per fare questo il pigmalione si deve fare un’idea sommaria e parziale, un’idea a prima vista, della persona che ha di fronte, deve basarsi, quindi, sulla famosa prima impressione.

“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dai difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto.” Ovidio, Le Metamorfosi (vv. 243-297)

Cosa succede dopo? deluso dalla realtà che vede Pigmalione costruisce una statua e se ne innamora, riversando su di lei tutte le qualità che ricerca, estraniandosi da tutto e rifuggendo in una invenzione fantastica, congiungendosi con lei.

Ma che ha a che vedere con la scuola, il lavoro, la prestazione e tutti i temi di cui trattiamo qui? ora cercherò di spiegarlo.

Prima di tutto l’effetto Pigmalione è un famoso effetto psicologico, detto anche effetto Rosenthal, studiato da un certo Rosenthal (appunto, nda) in un contesto scolastico: decise che 20 soggetti, studenti, presi a caso su tutti gli allievi, fossero i più intelligenti, si inventò, pertanto, di aver condotto dei test e lo comunicò al corpo docente. Dopo un anno i docenti tornarono da lui e gli chiesero come avesse fatto a beccare davvero i più intelligenti di tutto l’istituto, dovette ammettere che era tutto fatto a casaccio, sfruttando quello che è una tendenza tipicamente umana: il labelling, l’etichettatura.

Il contrappasso di questo esperimento fu che dovette anche dire, per avvalorare la propria falsa profezia iniziale, che ce ne erano una ventina insufficientemente intelligenti, vi lascio immaginare come andò la storia per loro.

Il concetto alla base dell’effetto pigmalione è proprio questo: se penso che una persona sia valida, o scarsa, lo sarà nelle conseguenze. Un insegnante che etichetta uno studente come scarso, sarà sempre valutato in questo modo, indipendentemente da come si comporterà il ragazzo, innescando un effetto paradosso (Watzlawick e Nardone): più il ragazzo verrà confermato scarso meno cercherà di dimostrare il contrario, sapendo che è una battaglia persa, più riconfermerà l’impressione dell’insegnante.

Dato che gli insegnanti non sono sempre cattivi, succede anche da parte degli studenti: quelli che ritengono gli insegnanti più “cattivi” ed esigenti meno si impegneranno, facendo poi diventare davvero cattivi gli insegnanti.

Succede anche sul lavoro, quando i recruiter si fermano sulla prima impressione, quando il capo ti ha etichettato, e così via.

A tutto ciò ci sono conseguenze, oltre a quelle che abbiamo menzionato prima.

Un insegnante che ha in classe un ragazzo “bullo” (un’altra etichetta) che fatica a far stare dentro nelle regole, si predisporrà mentalmente a gestire FATICOSAMENTE la situazione, ma questa fatica trasparirà, sarà indirizzata in malo modo verso il ragazzo, che reagirà esattamente al contrario di come vorremmo che agisse; inoltre l’insegnante non si sentirebbe supportato dalla direzione, dalla scuola e dai colleghi, vivrebbe male il suo insegnare, sapendo che da un momento all’altro il bullo interromperà nuovamente la lezione, si sentirebbe frustato, andrebbe in burn-out. Cioè innescherebbe una vera e propria spirale infernale. 

Se sei un insegnante, compila questo questionario di Autoefficacia personale nell’attività di insegnamento, aiuti me e altri colleghi a fare una ricerca.

Uno studente che etichetta l’esame o il professore, allo stesso modo, inizierà a farsi dei film mentali su quanto difficile sia passare l’esame o prendere una sufficienza con quel professore, non riuscirà a ottenere il successo desiderato e costruirà un mito, una leggenda, del suo peggiore incubo, alimentandola sempre di più. Capita anche a quegli studenti che non riescono a passare l’esame una volta, poi due, poi tre e alla fine diventa un monolite impossibile da superare.

Concludendo, per uscire da questo effetto di labelling, e quindi per evitare di farci delle false aspettative, in positivo o in negativo, sarebbe utile diventare un po’ antropologi, studiando bene le persone che abbiamo davanti, che siano studenti o professori, trovando aspetti positivi e punti in comune con noi.

Ricordando come affermava Thomas:

“quando gli uomini definiscono una situazione come reale, essa lo diventa nelle sue conseguenze”

Alcune strategie utili a interrompere questi circoli viziosi sono: il cercare di interrompere le aspettative, per riuscire a farlo però, serve crearne altre più forti. Ecco la tecnica paradossale! Quello che c’è da fare è da immaginare la situazione come se fosse idilliaca. Utilizzando quello che il filosofo Heinz Vaihinger (1911) ipotizzò, ma che il buon Paul Watzlawick riprese e adattò come strategia di intervento paradossale in terapia strategica.

Come funziona:

Prendi la situazione problematica che vedi, o il ragazzino difficile in classe o il professore cattivo, comportati come se fosse una situazione idilliaca, senza il problema, cioè di immaginare di avere appena conosciuto lo studente, di avere appena iniziato ad approcciare quell’esame, di avere appena visto il professore per la prima volta. Il comportarsi come se porta a vedere le cose come se e quindi a ricreare un’esperienza emozionale correttiva (Alexander, 1946). Quindi a rendere reale la situazione voluta, non più quella temuta, ribaltando la profezia che si autorealizza in positivo.

Un libro interessante sul tema della profezia che si autorealizza è scritto da un amico, dr. Davide Lo Presti, un libro che consiglio a tutti:

La profezia che si autorealizza. Il potere delle aspettative di creare la realtà.

Per qualsiasi cosa non esitare a scrivermi, commentare e condividere.

Ciao

Carlo

Over Studying

Over Studying

Io ho sempre studiato poco e male. Ecco perché ho iniziato a interessarmi di tecniche di studio, di meta-cognizione, di successo scolastico: perché io ho fatto grossi errori, ma posso aiutare qualcuno a fare errori migliori!

Ricordo che al liceo mi riducevo all’ultimo. I primi anni di università uguale, ma con un metodo non adatto a me. Per 5 anni sono stato iscritto a ingegneria aerospaziale, una materia sono riuscito a darla 18 volte. Un anno ho studiato solo quella materia lì, giornate intere, ma nulla. Poi ho cambiato tutto. Ho deciso di ricominciare da capo, probabilmente sono fuggito, mi sono arreso, ma nella mia testa non l’ho vissuta così: non è stata una fuga, ma consapevolezza, non mi sono arreso, ma ho cambiato la tattica di battaglia. Ma questa è tutt’altra storia.

In quell’anno di studio intenso ho capito una cosa: non è utile arrivare all’ultimo e dare tutto, ma è ancora più inutile studiare tantissimo, senza pause. Io questo lo chiamo over studying. Avviene quando non hai vita sociale, ogni impegno extra universitario sparisce, tu sparisci. Vivi, mangi, dormi, fai caccotta col libro, appunti e tutto quello che ti serve.

Ma verso gli ultimi 2 giorni, 48 ore, 2880 minuti, 86400 secondi, 8,64e+13 nano secondi (qui mi è rimasta un po’ ingegneria) ti rendi conto che non ricordi un solo concetto, anche solo uno per dire giusto quello, qualsiasi domanda il prof faccia.

Ma è incredibile come in momenti come questi ci si renda conto che più si studia, meno si apprende.

L’apprendimento, e la conoscenza, passano dai piedi

In un articolo di qualche settimana fa spiegavo la tecnica del pomodoro, ma è solo una piccola tecnica.

Si può studiare meglio, studiando meno? no, non si può. SI DEVE!

Ma come si fa? La meta-cognizione ci viene in aiuto.

Cos’è la meta-cognizione? è il sapere come funzioniamo, o meglio, come funzionano i nostri processi cognitivi. Quindi è la cognizione della cognizione, il pensiero del pensiero.

Sapere che se noi leggiamo, leggiamo, non assimiliamo potrebbe esserci utile.. Sapere che se qualcuno ci fa uno bello spiegone a noi non rimane nulla, potrebbe essere un bel vantaggio.

Come sottolinei? cosa sottolinei? quanto sottolinei? Io so che se dovessi evidenziare una pagina la evidenzierei tutta, intera. Perché lo faccio leggendola.

Sapere come funzione il nostro stile di apprendimento ci permette di ottimizzare i nostri tempi, quindi di impiegare meglio quello che abbiamo a disposizione.

Qualche giorno fa un ragazzo mi ha scritto che tutti i suoi colleghi di corso studiano un sacco, ore ininterrotte, poi portano a casa ottimi voti, mentre lui prende voti più bassi, tra il 25 e il 28 (che sono ottimi voti anche questi, nda), ma studia molto meno. Lo diceva come se fosse sbagliato, come se lui dovesse stare ore ininterrotte a studiare, non è così.

Se applicassimo una logica matematica pura: 10 ore al giorno per 10 giorni di studio sono un totale di 100 ore di studio, per prendere un voto x compreso tra 28 e 30, mentre per 2 ore al giorno per 5 giorni riesce ad ottenere un voto compreso tra 25 e 28.

Chi ha sfruttato meglio il proprio potenziale? Chi ha trovato le strategie migliori? Se ci fermassimo solo su questione del risultato, quindi il voto, diremmo il primo caso. Ma analizzando bene, una performance ha una sua complessità insita, soprattutto in quel momento che definisco “il momento di massima prestazione”, cioè quando sei seduto davanti al professore, quando ti presenta la prima domanda, quando tu lì ti giochi tutto.

A riprova di ciò, ho altri che mi contattano dicendo: io studio, studio, studio, 10-12 ore al giorno, ma poi arrivo all’esame e non riesco a prendere il voto che vorrei. E qui abbiamo la conferma di ciò che dicevamo prima: più ci metti, più il rischio di fallire è alto.

Come sfruttare tutto ciò? Iniziando a capire come apprendete, qual è il vostro stile di apprendimento.

A tal proposito, qui ho creato un questionario: Questionario stili di apprendimento per me utile per una ricerca che sto conducendo, per voi utile perché dai risultati uscirà il vostro stile di apprendimento predominante, in più vi scriverò personalmente per darvi restituzione.

Quindi siete universitari bloccati? genitori preoccupati? volete studiare meglio?

Scrivetemi

Ciao, a Lunedì Prossimo!

 

 

Candidature, CV e cose da dire

Candidature, CV e cose da dire

Anche i Recruiters hanno dei sentimenti

Ho appena concluso una chiamata. Era una telefonata per conto di un mio cliente per cui sto seguendo la ricerca e la selezione di alcune figure.

Le fasi di lavoro sono normalmente queste: definizione delle figura ricercate, pubblicazione di annunci, screening dei curricula, scelta di una buona rosa di candidati, contatto telefonico con quelli scelti per fissare un primo colloquio conoscitivo.

Le telefonate non vanno sempre come ci si aspetta, ma ci si può fare un’idea, ma alcune sono proprio dei fulmini a ciel sereno, come questa. Contatto questo giovane motivato, con buone esperienze, con un profilo in linea con la nostra ricerca.

Mi risponde, mi identifico, gli dico che chiamo per il suo cv, che il profilo è interessante, che saremmo interessati a fissare un colloquio. Mi sbalordisce con una richiesta: ma che lavoro è?

respiro, conto fino a 10, rispondo come era scritto nell’annuncio, mi incalza, part-time o full-time, rispondo che stiamo facendo diverse valutazioni e che siamo alla ricerca di diverse figure, ma che sono tutti argomenti da affrontare in sede di colloquio. Il colpo finale arriva quando dall’altra parte mi dice: ma voi quale bar siete, perché ho mandato così tanti curricula.

Fatico a trattenermi, io capisco che una persona possa mandare tanti cv in giro e che poi chi ti chiama non sai chi sia, infatti mi presento, dico per quale azienda lavoro e cerco di ricordarti che curriculum hai inviato.

Ma mi hai ferito al cuore, sappilo. Noi vogliamo sentirci unici, se hai mandato il tuo cv a noi (ai clienti che rappresentiamo) non vogliamo sapere che lo hai mandato anche alla concorrenza!

Cosa Dire!

Le basi: un numero sconosciuto che ti chiama, nel momento che stai cercando lavoro (dato che mandi i cv in giro), probabilmente è qualche recruiter che sta cercando di contattarti per un lavoro, può capitare che non riesci a rispondere, magari chiama a tua volta.

Mi è capitato di chiamare anche un paio di volte un candidato (eccesso di zelo da parte mia) e di non trovare mai nessuno, ma neanche che venissi richiamato. Questo fa scattare il rifiuto.

Cerca di ricordare dove hai mandato i cv, che quando ti chiamiamo vogliamo sentirci pensati, bramati, attesi..

Quando rispondi al telefono, magari stai dormendo, magari stai mangiando, magari sei in una situazione indelicata, cioè, se proprio non fosse un buon momento, prendi il messaggio, pianifica un altro appuntamento telefonico, dicendo che non è un buon momento, ma non essere scazzato. Sempre perché quando ti chiamiamo vogliamo sentirci pensati, bramati, attesi..

Non mi dire le posso dare conferma dell’appuntamento per il colloqui il giorno prima? Non si fa.. perché quando ti chiamiamo vogliamo sentirci pensati, bramati, attesi..

è un po’ scherzoso, ovviamente fin qui, ma, come diceva Freud: “con lo scherzo si dice la verità!”

Curriculum

Negli ultimi 3 giorni ho visto una 60ina di cv, più tutti quelli nella mia vita. Due piccole dritte per buttarlo giù bene, almeno quelle cose che io vado a vedere:

  • data di nascita: voglio vedere se sei giovane, se hai esperienza, sapere in che periodo sei nato posso iniziare a farmi un’idea della generazione a cui appartieni, quindi a riferirmi a tutta quella scienza del marketing generazionale: se sei un giovane millenials io so che hai dei valori diversi da quelli di un membro della generazione x. e via così.
  • date esperienze : Ogni esperienza deve essere accompagnata dalla data di inizio e di fine, se proprio non ricordi i giorni esatti metti i mesi, ma non mettere gli anni.. se fai dal 31/12/2019 al 3/1/2019 hai 3 giorni di esperienza, non un mese (se metti solo i mesi), né, tanto meno, 1 anno (nel caso tu decida di mettere solo gli anni) sono cose che poi vengono fuori..
  • esperienze significative: se ti candidi come barista non mi mettere le tue esperienze da ingegnere. Che qui ci sarebbe da fare un percorso serio di coaching per capire cosa vuoi ottenere per passare da ingegnere a barista (nel caso tu sia in questa situazione, per favore, chiamami posso aiutarti a focalizzare meglio la tua strada). Quando ne trovo di situazioni come queste mi sento quasi in dovere di chiamare per aiutare, ma poi penso a chi mi paga, all’obiettivo che ho concordato col cliente e allora demordo. Tornando al cv, metti solo le cose che servono per il cv e per quel posto, ti stai candidando come barista? tutte le volte che hai fatto un caffè, lavorato in un bar (anche quello dell’oratorio), tutto quello che può essere congruo.
  • significative competenze trasversali (soft skills): “ottime doti relazionali acquisite nel mio percorso di studio” non vuol dire nulla! Vai dai tuoi amici, genitori, parenti e nemici (questi soprattutto) e chiedi: mi dici che qualità ho? quali sono i miei pregi? quali i miei difetti? e vi annotate tutto! TUTTO. Perché i difetti potrebbero essere ottime risorse, lavorativamente parlando.
  • hobbies: cosa vi piace fare nel tempo libero? il tempo libero è sacro, siate fieri di quel che fate! potrebbero nascondersi delle intere qualità utili al lavoro!

 

Infine, se proprio non riusciste a presentarvi, AVVISATE.

 

Come Affrontare un Colloquio di Lavoro

Come Affrontare un Colloquio di Lavoro

Ultimamente in tanti mi chiedono come affrontare un colloquio di lavoro.

Vorrei dare qualche indicazione di massima, che aiuti ad entrare nel giusto mood per il colloquio, uscendo da tutte quelle logiche cariche di ansie da prestazione.

Il colloquio non è un esame universitario! 

Il colloquio è sicuramente un momento formale e carico di significati ed etichetta, ma non possiamo pensare che sia come un esame universitario. Possiamo vederlo come un rito di passaggio, piuttosto, quindi che abbia delle tradizioni da rispettare, che traghetta la persona in un cambiamento della propria vita: dal mondo della scuola a quello del lavoro, da essere a carico di qualcuno ad essere un membro attivo e “tasse-pagante” di questa società, ma non è una verifica delle cose che sapete.

Non arrivate, quindi, al colloquio con una lezione imparata: “tra 5 anni vorrei essere in una posizione apicale di una grossa società“, “i miei 3 pregi sono sicuramente la puntualità, la sincerità e la voglia di fare, mentre i miei 3 difetti sono la puntualità, la sincerità e la voglia di fare“, che appena qualcosa esce dal vostro schema mentale mi andate in crisi, anche con la domanda più semplice: “dove andrai in vacanza quest’estate?”.

Ma se proprio lo volete vivere come un esame universitario, almeno siate più furbi, costruitevi un discorso migliore non la lezioncina e sappiate concentrarvi sui vostri punti di forza. 

 

La vision

Capita spesso che si inviano candidature, rispondendo ad annunci o alla famosa sezione “lavora con noi”, ma una volta davanti al selezionatore alla domanda “Conosci la nostra realtà?” ci sono delle risposte che sembrano più delle candid camera.

Quindi per evitare di fare brutte figure è bene fare una piccola ricerca sull’organizzazione per cui ci si sta candidando, capire quali sono i valori di quell’azienda, capire come sono le politiche interne di gestione del personale, quali sono i temi sociali che quell’azienda sostiene, insomma, come direbbe Sun Tzu ne “l’arte della guerra”, CONOSCI IL TUO NEMICO: cerca di conoscere tutto di quella realtà, magari cerca qualcuno che conosci e che lavora o ha lavorato in quel posto, cerca di capire quali sono i pro e i contro, non solo sotto l’aspetto economico o logistico.

Una cosa che tutte le aziende mettono in bella vista è la loro mission e subito sotto la loro visione.

Ad esempio, prendiamo il caso di Apple

La sua mission: “Apple si impegna a fornire la migliore esperienza informatica a studenti, educatori, progettisti, scienziati, ingegneri, imprenditori e consumatori in più di 140 Paesi in tutto il mondo”.

La sua vision: “Il mio sogno è che ci sia un computer in ogni casa”.

Ora immaginiamo di voler andare a lavorare per Apple, se io pensassi che fare in modo che ogni individuo possa avere un device fosse una cosa futile, inutile e solo incline al consumismo più becero, allora avrei vita dura a lavorare in Apple, perché dovrei vendere “abbestia” a chiunque un carino e carissimo device apple.

Questo cosa significa? Che se vuoi la pace nel mondo non andare a lavorare per una fabbrica d’armi. In sostanza: se la tua mission e la tua vision sono diametralmente opposte a quella dell’azienda per cui vi state candidando durereste molto poco, sareste costantemente vittime di un conflitto interno vostro.

In sintesi: INFORMATEVI SU VISION E MISSION, FATE IN MODO CHE SIANO IL PIù POSSIBILE IN LINEA CON LE VOSTRE.

Curriculum e lettera di motivazione

L’errore che facciamo tutti, me compreso, è quello di aggiornare il curriculum con le ultime esperienze, punto.

La verità è  che una volta che abbiamo compilato il nostro cv, curriculum vitae, poi lo spargiamo in giro per il mondo come tanti piccoli semini nella speranza che sbocci qualcosa. Questa strategia non paga. Quello che stiamo facendo, in realtà, è affidarci alla legge dei grandi numeri (quando studiavo ingegneria era la mia legge preferita, n.d.a.), cioè buttiamo nel mucchio a casaccio (variabili indipendenti) qualcosa becco (media campionaria). NON FUNZIONA! Non funziona perché devi avere l’incastro perfetto con l’azienda che sta cercando proprio una risorsa con le tue caratteristiche, almeno quelle che hai scritto nel curriculum.

Allora cosa sarebbe bene usare come strategia? CREARE UN CV AD HOC.

Creare un curriculum con un taglio sartoriale sull’azienda a cui vogliamo mandarlo ci complica un po’ la vita, come recita un vecchio stratagemma: PARTIRE DOPO PER ARRIVARE PRIMA.

L’idea di base è di creare un cv, non inventarlo, mettendo maggiormente in risalto le caratteristiche che possono essere utili per quella mansione: se vi state candidando per la posizione di barista, inserendo nel cv tutte le vostre cose fighe, come pubblicazioni scientifiche o giuridiche, forse non vi state facendo un grosso favore, ma conta molto di più l’esperienza stagionale, per qualche stagione, al ciringuito sulla spiaggia che vostro cugino aveva preso in gestione.

Lettera Motivazionale

Lo stesso discorso del cv vale per la lettera di presentazione, o motivazionale, deve essere indicata a quella azienda, meglio ancora se conoscete il nome della persona che seleziona. Voi leggereste una lettera indirizzata al vostro vicino? e le lettere commerciali che vi arrivano le leggete o le infilate nel cestino senza neanche aprirle?

Immaginate di essere dall’altra parte: QUALI LETTERE LEGGERESTE? 

Ma soprattutto la lettera SCRIVETELA!

Riassumendo:

  1. il colloquio di lavoro non è un esame. voi siete quello che siete, fatevi conoscere per i vostri punti di forza
  2. Cercate aziende che abbiamo la vostra visone
  3. Curriculum vitae (che è latino, quindi leggiamolo come è scritto, se volete inglesizzarlo chiamatelo RESUME) che sia ad hoc per quella azienda
  4. Lettera di presentazione: scriverla e indirizzarla alle persone dell’azienda, non una precompilata.

 

Sono disponibile a vedere e commentare i vostri cv. Per info scrivimi: carlo.massarutto@gmail.com

 

Ciao!

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La Tecnica del Pomodoro per studiare meglio!

La Tecnica del Pomodoro per studiare meglio!

La tecnica del pomodoro consiste nel predisporre un timer, impostarlo che suoni dopo 25 minuti e dedicarsi allo studio in quel tempo, dopodiché, una volta che suona, fare 5 minuti di pausa, sempre temporizzati da un timer.

Un pomodoro equivale a questa ripetizione di 25 minuti di studio uniti ai 5 di pausa. Ogni 3 pomodori bisogna concedersi una pausa più lunga, 15 minuti.

Perché questa tecnica funziona davvero?

Questa tecnica ha dalla sua il fatto di essere molto unita a quelli che sono i nostri normali ritmi fisiologici: ogni persona ha due grossi cicli biologici che segue, il primo è detto circadiano, perché avviene circa una volta al giorno, l’altro è chiamato Ultradiano, cioè avviene più volte durante la nostra giornata.

Il ciclo circadiano è quello che rappresenta il sonno e la veglia, l’alternarsi di questi due momenti.

Il ciclo ultradiano invece avviene con una frequenza di circa 2 ore: ogni ciclo impiega un paio d’ore per completarsi.

Risultati immagini per ultradiano

Il ritmo ultradiano prevede: una fase di attività di circa 90 minuti, dove il picco di massima performance avviene a 45 minuti (circa) dall’inizio dell’attività, per poi iniziare fisiologicamente a calare verso una valle, detta la valle del riposo. Anche inconsciamente noi viaggiamo sotto questo aspetto, anche mentre dormiamo abbiamo fasi di sonno più profondo, che durano circa 20 minuti, e fasi di sonno più leggero, della durata di 90 minuti circa.

Per migliorare la nostra performance è bene tenere in testa questo ciclo, anche se la nostra attività è quella di studiare. Il non rispettare queste indicazioni ci porta nella condizione di vivere dei momenti di stress, detto stress ultradiano, con caratteristiche simili al burn-out, all’over training o a quello che io definisco, in ambito di studio, l’over studying: quando studi ore e ore, ma alla fine non ti rimane nulla.

Per studiare meglio, allora una tecnica semplice, ma efficace, come quella del pomodoro ci aiuta a raggiungere prima il nostro obiettivo di studio, a pianificare e a essere più in linea con noi stessi.

Non è detto che tante ore di studio aiutano a rendere meglio, molte volte studiare meno aiuta a studiare meglio.

Se vuoi provare a migliorare il tuo studio, prova la tecnica del pomodoro.

Se hai bisogno di aiuto, scrivimi: carlo.massarutto@gmail.com anche su whatsapp 3477624250

Buono Studio

Carlo